“Anita B.”, la vita dopo l’inferno dei campi di concentramento

Cosa ne è stato dei sopravvissuti dopo Auschwitz? Come sono state le loro vite quando sono usciti dai campi di concentramento? Il regista Roberto Faenza, autore di Prendimi l’anima, ci racconta la storia di una di loro, una giovane ragazza di origini ungheresi, nel suo nuovo film Anita B., in uscita nelle sale cinematografiche il 16 gennaio.

Finite da poco le riprese a Bolzano, il film Anita B. racconta la storia di una ragazzina appena sedicenne che, dopo aver vissuto per tre anni gli orrori del campo di concentramento, si affaccia nuovamente alla vita. Fuggita da un orfanotrofio in Ungheria, viene accolta a casa di una zia, Monika; ma il mondo intorno a lei è ostile: nessuno vuole sentir parlare del passato, tutti le ripetono che «bisogna dimenticare». Non potendo confrontarsi con nessuno, Anita finisce col parlare dell’indicibile con un bambino di due anni, che non la può capire. Ma non c’è solo il passato: la giovane ha anche tanta voglia di vivere, e guarda al futuro con il ragazzo di cui si è innamorata, Eli, il quale è attratto dalla bellezza della ragazza e la insidia ripetutamente, ma allo stesso tempo è spaventato dall’intensità del suo amore e della sua energia; e quando lei resta incita, la spedisce a Praga ad abortire.

Il film è tratto dal romanzo semiautobiografico Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck, che ne ha anche cofirmato la sceneggiatura, anche se a tratti si discosta dal libro. La scelta degli attori non è stata facile per Faenza, il quale ha fatto casting per due anni in tutto il mondo. Alla fine è stata Eline Powell, minuta ragazzina di origine belga, ad essere designata come protagonista, mentre Eli è interpretato da Robert Sheehan; nel cast figurano, fra gli altri, anche Moni Ovadia, Andrea Osvart e Antonio Cupo.

Prodotto da Elda Ferri e Luigi Musini con Rai Cinema, con il sostegno anche del Ministero per i Beni Culturali, e distribuito dalla Goods Film, Anita B. getta una luce sul dopo Shoah come pochi hanno fatto, ed è un inno alla capacità di reagire e al desiderio di vivere: di Anita, certamente, ma anche di tutti coloro che sono andati avanti e che hanno costruito sopra le macerie dei campi di concentramento.

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