Dopo lo striscione, anche il Giudice Sportivo umilia il Grande Torino

A cinque anni credevo che il Grande Torino fosse una favola. Papà me la raccontava per farmi addormentare, ma io non mi addormentavo mai. Volevo sapere come andava a finire e andava a finire sempre allo stesso modo: che dopo aver vinto cento e cento partite, segnando cento e cento gol, Quelli Là – lui li chiamava così, ed erano le uniche volte in cui si commuoveva – salivano su un aereo per il paradiso e non tornavano più. (Massimo Gramellini, Fai bei sogni)

Smettiamola una volta per tutte di credere che lo sport possa ancora insegnare qualcosa, in questo paese. Siamo talmente impegnati ad odiarci che non sappiamo nemmeno più riconoscere ciò che appartiene a tutti. Il Grande Torino è un patrimonio collettivo. Milanisti, juventini, interisti a napoletani. Non c’è discriminazione territoriale che tenga. Se siamo appassionati di calcio lo dobbiamo ad un nonno o ad un papà che ci ha raccontato di quando Valentino Mazzola si tirava su le maniche e spronava la gente del vecchio Filadelfia. Perché era in quel preciso momento, e grazie a quel gesto, che il Toro iniziava a giocare.

E sì, perché il Grande Torino era una squadra, e dimostrava a tutti come un popolo di individualisti come gli italiani potevano far fronte comune per dare vita al più bel complesso mai visto e mai più comparso su un campo di calcio. Scese in campo il destino più tragico per fermarli. Ma non per batterli. Perchè quella squadra di grandi uomini e di grandi campioni è passata direttamente alla leggenda. Per i tifosi del Torino la tragedia di Superga ha rappresentato l’ingresso ufficiale in una setta di indomiti sfidanti del destino.

Trentamila euro di multa (questa la decisione del Giudice Sportivo) sono un’offesa a Valentino Mazzola, a Guglielmo Gabetto, Ezio Loik, Romeo Menti e Franco Ossola, tanto per citare qualcuno di quei campionissimi. Fanno ridere se pensiamo alle curve chiuse per presunte discriminazioni territoriali sulle quali non mi soffermo nemmeno. Niente contro i tifosi e la dirigenza della Juventus (Agnelli, giustamente ha preso le distanze da questi imbecilli), ma è preoccupante pensare che in giro, negli stadi e non solo, ci siano dei mentecatti di tale portata.

Questa gente non è degna nemmeno di avvicinarsi allo sport, ai valori che dovrebbe trasmettere e dei quali ci dimentichiamo ogni domenica, presi come siamo a valutare l’errore dell’arbitro o la polemica dell’allenatore di turno. Ci siamo scordati da dove veniamo, chi ci ha fatto innamorare di questo sport e chi ci ha fatto sognare. Ci sono delle foto in giro per la rete, immagini impietose che immortalano gli autori degli striscioni “Quando volo penso al Toro” e “Solo uno schianto“.

Mi auguro vivamente di non vedere più questi animali in uno stadio. Allo stesso modo spero che presto si torni a parlare di principi, educazione e valori. Anche lo sport, nella fattispecie il calcio, deve tener viva la memoria collettiva e la Storia, quella con la S maiuscola, quella che, per intenderci, andrebbe insegnata nelle scuole. Se ci dimentichiamo di tramandare, anche a chi di calcio non ne sa nulla, la storia del Grande Torino, quella stessa storia che ci hanno raccontato i nostri nonni, questo sport non avrà più futuro.

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