Genoa-Sampdoria posticipata, il derby della vergogna

Il derby della Lanterna è stato rinviato, non si giocherà più a pranzo ma in posticipo lunedì alle 20.45. L’ufficialità sta arrivando visto che sembra tutto fatto dopo le continue pressioni del Comune per la contemporaneità con la Fiera di Sant’Agata. Pare questa la versione ufficiale ma sembra solo un alibi per scongiurare il peggio in Genoa-Sampdoria, come minacciato in settimana da qualche frangia di pseudo tifosi. “Il calendario lo stabilisce la Lega e lo spostamento può avvenire eccezionalmente solo per motivi di sicurezza” aveva spiegato il prefetto Balsamo qualche giorno fa. Chi diceva che lo spostamento era una piccola vittoria del calcio nei confronti delle tv forse non si era informato bene. Può essere che una partita del genere sia in mano a delinquenti? Può essere che aziende del genere si facciano minacciare in questa maniera?

In settimana al Ferraris c’era scritto “12.30, derby di sangue” per manifestare il proprio dissenso a questo orario. Un modo per confermare che non c’è mai fine alla crisi e non bastava la fuga dei talenti dal nostro campionato, dobbiamo anche inchinarci a chi decide come e quando giocare. Qui le televisioni non c’entrano, non c’entrano i traguardi di Genoa o Sampdoria, qui si parla d’altro. Minacce, violenza e tanto altro. Non sono tifosi quelli che scrivono cose del genere ma delinquenti, non sono persone che amano la propria maglia queste ma gente che cerca una scusa per lo scontro. Basta pensare che ora la Nocerina si ritrova nei Dilettanti proprio per una questione di ordine pubblico. Dalle minacce dei tifosi infatti è nata la farsa contro la Salernitana e la conseguente drastica decisione di escluderla dalla Prima Divisione.

È l’ordine pubblico il tema più scottante ma ricorrente nei tanti big-match dei nostri tempi. Il tema diventa scottante e la serie A perde appeal, gli stadi si svuotano, gli appassionati di calcio vengono visti dall’esterno come dei folli sanguinari che cercano scontri in ogni partita sgonfiando il nostro pallone tricolore. Si sgonfia perché il “sistema calcio” non perde nulla, la stanza dei potenti rimane intatta e non si scalfisce per niente. Però ci perdiamo noi, poveri pazzi e malati di calcio. Noi che paghiamo il biglietto, noi che scriviamo, noi che compriamo gadget e magliette ai nostri figli e regaliamo tempo, sudore e denaro a queste squadre-aziende. Uno stadio vuoto ti toglie l’anima, una curva in sciopero cancella la voglia di gol e così ha ancora più senso stare sul divano.

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Certo, alcuni tifosi sono in protesta proprio per questo, meno divani più stadi pieni ma è tutto un grande calderone e ci siamo finiti tutti dentro. Spostando questo derby ci inchiniamo ancora una volta e allora ritornano di moda le parole di un vecchio maestro come Fabio Capello. «Siamo in mano agli ultras, una frangia di spettatori non ha cultura sportiva e vuole essere la sola protagonista. Bisogna tornare a far rispettare le regole». Parole sante che sembrano non avere tempo ed hanno fin troppi colpevoli. Scritte o striscioni come quello del Ferraris non sono una novità nel nostro calcio. Per ricordarne l’ultimo all’Olimpico di Roma basta andare nel campionato scorso quando sugli spalti uno striscione diceva “o vincete o scappate”, parlando della finale di Coppa Italia. Non si sa se davvero sono scappati dopo il gol di Lulic ma quest’anno è ritornato l’amore e quello striscione è stato sostituito da altri.

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La realtà però è questa e troviamo società come l’Inter bloccare la cessione di Guarin alla Juventus come quando successe nel caso di Stankovic con la rivolta dei tifosi bianconeri. Ma non si può dimenticare il vero derby farsa Lazio-Roma del 2004, sospeso per la presunta morte di un bambino su indicazione delle due curve. A Milano qualche mese fa ce n’era uno con scritto “Rossi come il fuoco neri come l’incazzatura, se non sputate sangue iniziate ad avere paura”. La paura ce l’abbiamo tutti infatti, paura di perdere uno sport che per noi è tutto, è passione, è emozione, è determinazione ma è anche amicizia e puro amore. Il calcio sembra a pezzi, andiamo avanti come mariti traditi ma ancora innamorati. Sappiamo di doverlo lasciare ma è più forte di noi. Sicuramente lo Stato non aiuta nessuno e non risolve l’ennesima piaga del nostro Paese. Noi però proviamo ancora a sorridere: di bello c’è rimasta quella palla che rotola e gonfia ancora la rete…di brutto? Tutto il resto.

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