Giovane testimone di Geova rifiuta trasfusione di sangue e va in coma: i giudici alzano le mani

Doctor rushing in hallway

Presso l’ospedale San Jorge di Huesca, in Spagna, è accaduto un fatto che ha lasciato sgomente molte persone ma che a dire il vero ci si trascina dietro ormai da moltissimi anni. Da alcuni giorni, una 20enne testimone di Geova si ritrova a dover lottare tra la vita e la morte. Dopo l’operazione a cui è stata sottoposta, di colpo è sopraggiunta una peritonite e per i dottori si è resa necessaria una trasfusione di sangue.

Peccato però che la giovane, prima di finire sotto i ferri, avesse firmato un testamento biologico nel quale specificava a chiare lettere la volontà di non ricevere sangue altrui. Un precetto, questo, che secondo la dottrina dei Testimoni di Geova è di vitale importanza, nonché quello che di tanto in tanto li fa finire al centro delle cronache di tutto il mondo.

Allo stato attuale la ragazza si trova in terapia intensiva in quanto, dinanzi alla gravità della situazione, i medici le hanno dovuto indurre il coma farmacologico. La paziende ora come ora non è cosciente e nessun altro può decidere per lei: i genitori hanno provato a salvarla e per farlo son finiti fino in tribunale, dove hanno chiesto che la volontà della ragazza venisse annullata. I giudici tuttavia hanno rigettato la richiesta poiché la ragazza era maggiorenne quando ha sottoscritto il testamento biologico, nonché in grado di intendere e di volere.

Pure l’ospedale di Huesca ha tentato la via giudiziaria pur di salvare la vita della giovane paziente, ma anche in questo caso il verdetto dei giudici è stato chiaro: per legge non si può andare contro le volontà messe nere su bianco da una persona maggiorenne, perfettamente consapevole peraltro delle decisioni che stava prendendo.

Un caso molto simile è accaduto di recente anche in Italia. Protagonista della storia Grazia Di Nicola, una donna salernitana espulsa dai Testimoni di Geova e allontanata dalle sue tre figlie (tutte e tre fedeli alla dottrina) proprio per aver permesso ai medici di effettuare una trasfusione di sangue pur di salvarle la vita.

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