Grecia, niente governo unità nazionale. Verso addio all’euro

    Una giornata drammatica, quella che è appena trascorsa in Grecia. Il capo dello stato, Carolos Papoulias, ha cercato di mettere su un governo di unità nazionale, nel tentativo disperato di evitare nuove elezioni politiche, dopo le ultime di una sola settimana fa. Venerdì, infatti, ha dovuto gettare la spugna anche il segretario del Pasok, il partito socialista greco, Evangelos Venizelos, il terzo a dovere rifiutare l’incarico di formare il governo, dopo che la stessa cosa l’avevano fatta già sia il leader conservatore Antonis Samaras, sia quello della sinistra radicale, Alexis Tsipras. La carta del governo di unità nazionale era l’ultima da giocare e non pare sia destinata a migliore esito.

    Ieri, Papoulias ha incontrato i tre leader più probabili per formare un esecutivo di emergenza, intorno a mezzogiorno. Erano presenti all’incontro Samaras, Venizelos e Foutis Kouvelis, quest’ultimo leader di Diram, la Sinistra Democratica.

    Dopo l’incontro, erano seguiti altri meeting individuali con i capi dei restanti quattro partiti in Parlamento: la sinistra radicale di Syriza, i comunisti stalinisti di KKE, i conservatori di Greci Indipendenti, i neonazisti di Alba Dorata. Alla fine della girandola di incontri, nel primo pomeriggio si era anche sparsa la voce che si fosse sul punto di creare un esecutivo. Lo aveva annunciato polemico il leader di Syriza, Alexis Tsipras, il quale aveva affermato che i tre leader si erano messi d’accordo e che insieme contano 168 deputati, ossia una maggioranza in grado di approvare le misure di austerità imposte dalla Troika (UE, BCE e FMI). Lo stesso Tsipras aveva continuato, affermando che gli era stato chiesto di partecipare, ma di non volersi rendere “complice” di un tale misfatto contro il popolo greco.

    A stretto giro, tuttavia, era arrivata la risposta piccata di Kouvelis, che aveva definito vergognose le parole di Tsipras, sostenendo di non avere avallato alcun esecutivo.

    Ma il giallo che si è aperto per ore è frutto del clima già di campagna elettorale, che anima la politica ellenica. Tsipras è consapevole di essere in testa nei sondaggi, i quali gli assegnano fino al 27% dei consensi, contro il 16,7% ottenuto domenica scorsa. Ciò lo farebbe balzare al primo posto tra tutti i partiti e la sua Syriza otterrebbe il premio di maggioranza, al posto dei conservatori di Nuova Democrazia.

    Per questo, Tsipras sta tentando di sottrarre alle altre formazioni di estrema sinistra fette di consensi, al fine di rafforzare la sua posizione. A sua volta, l’ultra-sinistra di Diram teme che un sostegno al governo si possa tradurre in una disfatta alle prossime elezioni, quando esse si terranno, com’è avvenuto a destra con il partito radicale del Laos, che non è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 3%, in seguito al suo sostegno all’esecutivo tecnico di Lucas Papademos.

    D’altro canto, lo stesso Diram teme che un ritorno immediato alle urne rafforzi solo Syriza, causandogli un’emorragia di voti, che potrebbe anche spingere il partito sotto la soglia del 3%, determinandone la scomparsa.

    Questione di calcoli, dunque, che rende ancora più improbabile la formazione di un governo. L’idea del presidente Papoulias sarebbe di mettere insieme una maggioranza, che approvi le misure di austerità per 11,5 miliardi entro giugno, necessarie per ricevere nuovi aiuti ed evitare la bancarotta incontrollata, che duri fino alla primavera del 2014, quando si terranno anche le elezioni europee.

    Ma nella mattinata di oggi è stato sempre lo stesso Kouvelis a tornare sul caso, affermando che dopo il rifiuto di Syriza non è  più possibile formare un governo. Questa era, infatti, la pre-condizione che Diram aveva imposto, per fare parte di un esecutivo. Ed è lo stesso leader conservatore Samaras a comunicare sconsolato che Tsipras non ha accettato l’idea di essere coinvolto in un nuovo esecutivo.

    Per questo, è molto probabile che Papoulias già nel pomeriggio debba essere costretto a sciogliere il Parlamento, facendo tornare i greci alle urne. Se così fosse, la Grecia quasi certamente abbandonerebbe l’Eurozona, tornando alla dracma, la vecchia moneta nazionale.

    Se già in questo nuovo Parlamento non s’intravede una maggioranza pro-Memorandum, ancora di meno ve ne sarà una tra un mese, quando tutti i sondaggi prefigurano l’avanzata dei partiti anti-UE e anti-euro.

    Nella notte, ad Atene, un ufficio per la riscossione delle imposte è stato oggetto dell’esplosione di un ordigno artigianale, che sarebbe riconducibile a un attentato delle frange anarco-insurrezionaliste. L’ennesima conferma di un clima di caos politico e sociale, che sarà il sottofondo anche della mai finita campagna elettorale, che condurrà il Paese alle prossime urne.

    Per fortuna non si sono registrate vittime, ma l’episodio sottolinea la tensione crescente contro le istituzioni nazionali ed europee, che alimentano un atteggiamento ancora più duro delle formazioni di estrema destra e di estrema sinistra contro qualsiasi condivisione delle politiche di Bruxelles.

    Non è un caso che le borse abbiano aperto negative in mattinata, con uno spread in allargamento. Siamo davvero alla vigilia della fuoriuscita della Grecia dall’euro.

     

     

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