Fra il Papa e Letta si torna a parlare dei cattolici e della politica

“Un buon cattolico deve immischiarsi in politica” perché “la politica, dice la dottrina sociale della Chiesa, è una delle forme più alte della carità, è servire il bene comune”. Così Papa Francesco si è rivolto lunedì ai fedeli durante la messa a Santa Marta, invitandoli a pregare per le autorità. Non è la prima volta che il vescovo di Roma venuto “dalla fine del mondo” invita i cattolici all’impegno politico, in controtendenza con il diffuso sentimento di insofferenza per tutto ciò che di politica odora anche solo lontanamente. Molto prima di Bergoglio, già Papa Pio XII la definì come “l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio, perché è la guida dei popoli. Una responsabilità immensa, un durissimo servizio che si assume”.

I cattolici e la politica, un argomento spinoso che affonda le sue radici storiche nella costruzione dello Stato unitario e passa per quella “laicità dello Stato” insita nella nostra Costituzione, che pure riconosce i Patti lateranensi. Dalla pronuncia del “non expedit” con cui Papa Pio IX invitava i cattolici a boicottare le prime elezioni politiche dello Stato italiano, alla nascita del Partito popolare di don Luigi Sturzo nel 1919 fino alla costituzione della Democrazia cristiana durante la guerra di liberazione partigiana, la storia dei cattolici in politica è fatta di alti e bassi, grandi personalità politiche e sensibilità culturali diverse tra loro.

I cattolici sono tanti in politica e presenti in opposti schieramenti, i quali sono stati spesso, come fu per l’Ulivo e il Polo, influenzati in modo decisivo da uomini di quella cultura. Una cultura prolifica. A sinistra don Dossetti passando per l’economista Nino Andreatta, a destra il filosofo Augusto Del Noce passando per don Gianni Baget Bozzo, il sacerdote genovese dossettiano “pentito” che dal sostegno a Craxi arrivò a quello di Silvio Berlusconi. Cattolici economicamente orientati verso il libero mercato come don Sturzo, verso l’intervento dello Stato come l’ex sindaco di Firenze Giorgio La Pira.
Cattolico è anche l’attuale premier Enrico Letta il quale proprio la scorsa settimana a Torino ha preso parte alla Settimana sociale dei cattolici italiani, un laboratorio voluto dalla Cei per porre al centro del dibattito politico il tema della famiglia. Ed al Teatro Regio di Torino il protagonista è stato proprio il premier italiano, per il quale la crescita del paese passa attraverso l’incremento demografico e quindi la tutela e la promozione della famiglia.

Un tema, quello della famiglia, che sembra essere in grado di mettere insieme tutti i cattolici, divisi in politica come in economia. Una concezione, quella cattolica della famiglia, che tuttavia non sembra compatibile con le nuove tipologie di unione emergenti nella società e attualmente prive di tutela e rilevanza giuridica nell’ordinamento italiano, salvo qualche tiepida pronuncia della giurisprudenza della Corte di Cassazione.
Presenza importante quella di Letta, perché la crescita demografica come rimedio dei mali dell’Italia non è qualcosa che mette d’accordo tutta la politica, e di certo storceranno il naso gli esponenti del Partito radicale da sempre concordi con le tesi di Malthus e del Club di Roma sui rischi legati all’incremento delle nascite. E qui forse la politica deve fare delle scelte poco “ecumeniche”, scelte di valori, scelte anche di elettorato, insomma scelte politiche.

Nel Pd, il partito di Letta dove convivono socialdemocratici e cattolici, è Stefano Fassina ad aver trovato la sintesi tra le due culture. Un “nuovo umanesimo laburista” che il responsabile economico del Pd e vice ministro dell’Economia ha proposto nel suo libro “Il lavoro prima di tutto” (2012). Fassina, laico, riconosce proprio all’enciclica sociale di Benedetto XVI, la “Caritas in veritate”, il merito di essere stata l’unica analisi di livello in grado di cogliere la crisi irreversibile del modello di sviluppo neo-liberale, lamentando l’assenza di un dibattito in merito.
E forse proprio i cattolici possono contribuire a riportare al centro del dibattito politico i “grandi temi” che investono la nostra epoca, ridando lustro ad una politica che non sia solo gestione immediata degli affari correnti, come rischia di essere.

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