India: quattro condannati a morte per lo stupro di New Delhi

Condannati a morte dunque, come auspicavano le migliaia di manifestanti radunatisi in attesa della sentenza, per il gruppo di stupratori indiani che, nel dicembre 2012, seviziarono ripetutamente una studentessa di 23 anni su un autobus a New Delhi.

Colpisce la violenza subita da questa ragazza, deceduta due settimane dopo in ospedale a Singapore, proprio in seguito alle lesioni riportate: sei gli aguzzini che hanno abusato del suo corpo. Quattro i condannati, uno morto suicida a marzo mentre era in carcere, un altro – minorenne – condannato il 31 agosto a tre anni di reclusione.

I capi d’accusa erano piuttosto consistenti: 13 fra sequestro di persona, omicidio, cospirazione, ma dietro alla sentenza non può non esserci una maggiore consapevolezza dei giudici, di fronte alle manifestazioni che sono iniziate già all’epoca dello stupro. Le donne indiane hanno detto “basta” e questa sentenza riveste un ruolo importante per il raggiungimento di un primo importante riconoscimento, verso il rispetto dei diritti delle donne.

Le denunce del mondo intero non saranno mai sufficienti finché i cittadini di questi paesi non si impegneranno come stanno facendo le donne indiane (e anche alcuni uomini presenti alle manifestazioni).
Sapere che ci sono donne che nonostante tutto, condizioni di restrizione e ghettizzazione, lottino per una causa così importante, rende orgogliose di essere donne. Sfregiare la dignità e la sacralità del corpo di una donna, ferisce anche le altre donne. Anche me, che me ne occupo e ne scrivo.

Non è facile, ci si sente impotenti e entrare nei dettagli logora e sembra di intromettersi, calpestare la dignità di una persona che non c’è più, ricordando quei particolari atroci. Poi però, quando la coscienza prende il sopravvento leggendo gli studi di numerose organizzazioni in difesa dei diritti umani, tutto diventa questione di principio e ci si unisce a quel grido, a quel “basta” scritto e denunciato dalle donne indiane.

I dati allarmanti dell’Onu, usciti pochi giorni fa, sono i seguenti: in alcuni paesi dell’Asia (Papua Nuova Guinea, Indonesia, Cina, Cambogia, Sri Lanka, Bangladesh), il 25 per cento degli uomini ammette di aver commesso almeno uno stupro; un uomo su dieci ha ammesso di aver violentato una donna che non era la sua compagna; il 50 per cento degli uomini che ha confessato di aver commesso questo reato, ha dichiarato di averlo fatto più di una volta.

Scendendo nei dettagli, l’orrore esce allo scoperto: in Bangladesh, nelle zone rurali, il 9,5 per cento degli uomini ha ammesso di aver usato violenza a una donna, mentre saliamo a una percentuale del 60 per cento degli uomini in Papua Nuova Guinea. Non c’entrano la droga o l’abuso di alcool. In una cultura dove chi stupra indica di averlo fatto per noia, per divertimento, dove si ammette la violenza coniugale e una pratica diffusa è proprio la violenza sulla “propria” donna, non ci si può meravigliare. E invece no, dobbiamo meravigliarci, inorridire, arrabbiarci, unirci alla voce di quelle donne.

Il giudice che ha emesso la sentenza ha pronunciato queste parole: “I tribunali non possono chiudere un occhio”. Sui cartelli che si trovavano fuori dall’aula, immagini che chiedevano l’impiccagione, slogan con richieste di maggiore sicurezza, leggi più severe che fungano da deterrente. E improvvisamente le donne italiane e non solo, si sentono più vicine che mai a queste manifestanti.

Il movimento “Half the sky”, tratto da un documentario che riporta sul video le inchieste di due giornalisti del New York Times, vincitori del premio Pulitzer, Nicholas D. Kristof e Sheryl WuDunn, denuncia proprio le violenze più atroci sulle donne, ricorrendo però alla speranza che si trova nelle sei storie di sei donne che hanno avuto il coraggio di reagire alla violenza ma anche all’ignoranza.

Sono storie che vengono da Kenia, Sierra Leone, India, Vietnam, Cambogia, Somalia accompagnate dai volti di Eva Mendes, Meg Ryan, Gabrielle Union, Diane Lane, America Ferrera e Olivia Wilde che si uniscono alle voci di George Clooney, Hilary Clinton, Susan Sarandon.

È necessaria un’educazione al rispetto che sembra prospettarsi nell’orizzonte di paesi emergenti sì, ma ancora legati a un retaggio di consuetudini disumane e inaccettabili.

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