Israele: morto l’ex premier Ariel Sharon

È morto l’ex premier israeliano Ariel Sharon. Ne dà notizia la stampa dello Stato ebraico.

Ariel Sharon è morto oggi a più di otto anni dall’emorragia cerebrale del 4 gennaio del 2006 che lo precipito’ nel buio del coma.

L’ex premier israeliano Ariel Sharon è morto all’età di 85 anni. Era in coma dal gennaio del 2006 a seguito di una grave emorragia cerebrale. È “la fine di un’era”, titolano i media israeliani nel riferire la notizia della morte di una delle figure più controverse della storia di Israele.

Nato nel kibbutz di Kfar Maalal il 21 febbraio del 1928, Sharon, nel 1947, un anno prima della nascita di Israele, entrò nell’Haganah, l’esercito clandestino. Nel 1948 partecipò alla prima guerra arabo-israeliana e diventò comandante della Brigata paracadutista. Dimostrò le sue capacità di stratega militare nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni, al comando di un reparto dell’esercito. Nella guerra dello Yom Kippur del 1973, richiamato nell’esercito, arrivò con i suoi soldati alle porte del Cairo, consolidando la sua fama di stratega militare. Nel 1977, poi, entrò nel governo di Menahem Begin come ministro dell’Agricoltura, incarico che gli servì per accelerare la colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza e acquisire il sostegno di quelle famiglie che, trent’anni dopo, da capo del governo avrebbe costretto a partire. Nel 1978 fu nominato ministro della Difesa e da quella poltrona diresse l’invasione del Libano. Poi giunse la strage di Sabra e Chatila e la sparizione politica di un leader già amatissimo, ma al tempo stesso tanto controverso.

Dal 1983 al 1998, il “Bulldozer”, come veniva chiamato da avversari ed estimatori, fu costretto a accettare ruoli ministeriali di secondo piano, soprattutto per un uomo che aveva avuto un ruolo rilevante per la nascita dello Stato di Israele all’interno di un mondo, quello arabo, che lo ha sempre odiato.

Eppure, proprio il generale Sharon, ultimo militare a guidare Israele, riuscì a trasformarsi in uomo politico fondando un partito, impresa troncata dall’ictus che lo colpì nel 2006. Ariel Sharon sembrava essere arrivato al suo capolinea politico già quando nel 1982, mentre era alla guida del ministero della Difesa, si rese responsabile di una delle pagine più nere della storia israeliana con l’Operazione di Pace in Galilea, che portò i soldati con la Stella di David in Libano per neutralizzare i terroristi palestinesi. La missione fu portata a termine da miliziani cristiano-libanesi suoi alleati ai quali – secondo quanto poi accertato da una commissione israeliana di inchiesta – Sharon permise di entrare nei campi profughi di Sabra e Chatila e di trucidare oltre settecento rifugiati palestinesi. Nel 1983 Sharon rassegnò le dimissioni da ministro della Difesa e nel corso degli anni successivi avrebbe ricoperto incarichi ministeriali di scarso rilievo.

La storia politica di Israele si indirizzava, intanto, verso la strada della pace con i palestinesi e culminava nel 1993 negli accordi di Oslo e nella storica stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. La “seconda vita” politica di Ariel Sharon sarebbe cominciata solo nel 1998, con la nomina a ministro degli Esteri, seguita l’anno dopo dall’assunzione della guida del Likud.
Una figura militare, prima di tutto, quella di Ariel Sharon, destinata a guardare ad una visione più propriamente politica nella quotidiana difesa dello Stato israeliano dalle minacce arabe.

Nel 2000 Sharon, come capo dell’opposizione, scatena la seconda Intifada, quella più violenta, con una “passeggiata” sulla spianata della moschea Al-Aqsa, a Gerusalemme, che viene interpretata come una provocazione intollerabile dai palestinesi. La rabbia riaccende la violenza, e lo stesso processo di pace sembra segnato quando Sharon vince le elezioni nel febbraio 2001 e diventa primo ministro. Il “falco” mostra subito la sua visione politica del rapporto con i palestinesi che secondo Sharon vanno trattati come terroristi. A partire proprio da Yasser Arafat, al quale Sharon proibisce di recarsi a Betlemme per assistere alla Messa di Natale. Nei suoi confronti comincia un assedio che finirà tre anni dopo con la morte di Arafat, in un ospedale di Parigi. Nello stesso arco di tempo si consuma la metamorfosi politica di Sharon. Il pugno di ferro nei confronti dei palestinesi si accompagna a una sostanziale revisione dell’idea di espansione “illimitata” di Israele. Cresce il distacco con gli oltranzisti della destra israeliana e sul tema degli aiuti ai nuovi coloni, matura l’allontanamento da alcuni dei suoi vecchi compagni politici.

Il governo cade e nel 2003 Sharon vince le elezioni. A dicembre la svolta: il premier annuncia il “Piano di disimpegno” di tutti gli insediamenti di coloni dalla Striscia di Gaza e di quattro colonie dalla Cisgiordania. Soprendendo tutti Sharon apre una nuova fase nella politica mediorientale. Nella parte palestinese, dopo la scomparsa di Arafat aumentano le difficoltà nel tenere sotto controllo Hamas. Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il nuovo leader dell’Anp, non ha il carisma del precedente leader ma mostra un pragmatismo che a Sharon piace. E agli occhi di quest’ultimo il nuovo capo dei palestinesi non appare compromesso con il terrorismo dei kamikaze che si fanno esplodere nei mercati affollati di israeliani. Nel 2005 il premier israeliano e il leader dell’Anp firmano una tregua. Prosegue, intanto, l’evacuazione dei coloni, caricati a forza sugli autobus in mezzo a una sorta di Intifada israeliana. La svolta ha bisogno di un’impronta politica e di una formazione che la incarni come progetto e conquisti nuovi consensi. Sharon lascia il Likud e fonda un nuovo partito, Kadima (Avanti), di orientamento centrista, che i sondaggi davano largamente vincente alle prossime elezioni di marzo.

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