La guerra in Siria ed i diritti negati dei bambini

“Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti.”

Non so se in Siria la situazione sia migliore o peggiore di quella raccontata da Fabio nel suo libro, quello che è certo è che anche lì i bambini muoiono e soprattutto devono rinunciare ai loro diritti. Il dramma siriano ha tanti aspetti da approfondire io ho scelto di dedicare questo spazio ai bambini ed alle loro sofferenze.

Fabio ha fatto commuovere tutto il mondo con il suo libro e con la storia di Enaiatollah Akbari, un bambino di 10 anni costretto a fuggire dall’Afghanistan per raggiungere l’Italia: un viaggio incredibile attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia che ha conquistato migliaia di lettori in Italia e all’estero.

Con lui ho discusso di ciò che sta avvenendo in Siria:

Sembra sia imminente lo scoppio di una guerra in Siria, qual è il tuo punto di vista?

Il mio punto di vista è che la violenza produce violenza, e che non credo affatto che chi si arrogherà il diritto di bombardare la Siria sappia cosa stia facendo. Troppe volte ci hanno detto di sapere e non sapevano. Troppe volte ci hanno detto di aver fiducia in loro e la nostra fiducia è stata ampiamente tradita. Io credo che ci siano situazioni in cui è necessario intervenire e, purtroppo, in cui sia necessario intervenire con la forza. Ma bisogna sapere a cosa si va incontro e soprattutto bisogna saper discernere il bene dal male. Non credo sia questo il caso. Non credo che i governi occidentali sappiano distinguere in quella bolgia infernale che è la guerra civile siriana da che parte sia il bene. E anche fossero in grado di distinguerlo non sono affatto certo che sia quella la parte che desiderano supportare.

Quando ci sono conflitti di questo tipo i primi a soffrire sono i bambini, tu che hai raccontato bene il dramma di quelli afghani cosa pensi? Quali sono i rischi per loro?

I dati dell’Unicef sono inequivocabili. Ad agosto 2013 il numero dei rifugiati sfiorava i due milioni di persone, e quello dei bambini e adolescenti aveva superato il milione di unità. Quindi tra i profughi che hanno abbandonato e che stanno abbandonando la Siria per salvarsi dal conflitto in corso oltre metà sono bambini e adolescenti, bambini e adolescenti cui mancherà a lungo un’adeguata istruzione, un’adeguata assistenza sanitaria, cui verrà rubata – cui stanno rubando – una parte fondamentale della vita, quella in cui si gettano, appunto, le fondamenta. Ogni euro e ogni dollaro che l’occidente può spendere dev’essere, secondo me, speso per assistere i profughi. I Paesi confinanti e quelli verso cui il flusso dei profughi si sta dirigendo – Turchia, Iraq, LIbano, Giordania – non devono essere lasciati soli e devono essere supportati economicamente e logisticamente tanto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti quanto da ogni altra nazione.

Quali sono i diritti che vengono negati a bambini?

Oltre a quelli che ho elencato nella risposta precedente – il diritto all’istruzione, il diritto alla salute – c’è ovviamente il diritto al gioco, il diritto al sogno. Quale futuro potrà sognare un bambino che vive in un campo profughi? Vivrà immerso in un eterno presente, avendo paura dal passato e faticando a immaginare una vita adulta fatta di pace, lavoro e diritti civili.

Forse le guerre esaltano situazioni di disagio ma spesso anche nel nostro Paese ci sono situazioni difficili per i bambini, di cosa si tratta?

I bambini sono bambini: sempre. Ciò di cui hanno bisogno è, anzitutto, una famiglia, delle figure genitoriali nel cui sguardo amorevole, autorevole possano rispecchiarsi. E attorno a quella famiglia dev’esserci una società in grado di supportarla e di tutelare i bambini nel caso questa venga a mancare. Un proverbio africano dice: per educare un bambino ci vuole un villaggio. Anche in Italia, purtroppo, ci sono bambini che hanno perso, per i motivi più disparati, le figure genitoriali. E a questo si aggiunge il fatto che attorno a loro è scomparso il villaggio: le famiglie sono spesso sole, senza rete sociale. Allo Stato il compito di far incontrare bambini in cerca di genitori e adulti disponibili a diventarlo. A ciascuno di noi il compito di ricostruire il villaggio, di contribuire a una società che sia educante.

Puoi dare ai nostri lettori un’anticipazione sul tuo prossimo libro?

Facciamo che vi racconto due cose. La prima è questa: sono stato via quasi un anno, per lo più negli Stati Uniti, e quando sentivo gli amici in Italia ciò che mi veniva detto era: restaci. La seconda è questa: mentre ero lì, una sera sono andato a mangiare in una pizzeria e ho fatto amicizia con un cameriere napoletano, un ragazzo poco più che ventenne. Ho scoperto che era lì, in America, clandestinamente. Era un ventenne italiano clandestino che mi ha detto: in Italia, per la storia mia e per quella della mia famiglia, o diventavo un criminale o facevo il disoccupato; non volendo fare né il criminale né il disoccupato ho deciso di venire a cercare fortuna qua. Ecco, la storia del prossimo romanzo, che si svolge tra l’Italia, New York e il Messico ha più o meno a che fare con questi temi.

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