La Sud si riprende Campo Testaccio, domenica di sogni ed emozioni

Per un romano e romanista Campo Testaccio è un simbolo, un sogno. L’ultimo baluardo di un calcio che non c’è più da tempo, un calcio fatto di amicizia, divertimento, emozioni, romanticismo; tutte cose che, almeno all’interno del rettangolo da gioco, sembrano essere state sostituite dai soldi e da una dilagante corruzione che corrode il mondo del pallone dall’interno.

Queste grandi sensazioni, sparite dal campo, esistono ancora e sono molto intense. Perché per molti di noi il pallone resta emozione allo stato puro, cori, adrenalina, passione: tutte cose che i “potenti” e coloro che speculano sul calcio non capiranno mai.

Campo Testaccio è il primo (storico) campo della Roma, costruito nel 1929 dall’ingegner Silvio Sensi, padre del tanto amato Franco. Lo stadio in cui la squadra giallorossa fece segnare le prime storiche vittorie, negli anni ’30, è stato abbandonato da tutti, diventando distesa di erbacce e discarica abusiva. Inaccettabile, impossibile da pensare per gli appassionati. E allora da mesi è nata in curva l’iniziativa “Salviamo Campo Testaccio”, idea che i tifosi portano avanti tutti i week-end con striscioni e immagini.

E così, in una domenica senza campionato, i tifosi si sono dati appuntamento di prima mattina davanti all’ingresso. Sono entrati, hanno iniziato a pulire il campo, a togliere l’erba selvatica e i rifiuti. Hanno appeso fuori dal campo uno striscione di una ventina di metri “Riappropriamoci di ciò che è nostro. Campo Testaccio c’hai tanta gloria.”

Io sono arrivato lì davanti alle 10, avvisato da alcuni amici. I lavori di pulizia erano iniziati e c’era un bel po’ di gente, che tra una chiacchiera e una risata puliva. L’aria era serena, felice. Entrando su quello che per anni è stato il terreno da gioco ho avuto i brividi; ho ripensato a quello che mio padre mi ha raccontato, tramite la testimonianza del mio bisnonno. Lui c’era, negli anni ’30, e allo stadio ci andava sempre. Vedeva i gol di quegli “11 atleti” che “Roma chiamò”, come dice il coro. Di presidenti, allenatori e calciatori lui ne ha visti passare tanti, restando sempre fedele alla Roma.

E, se oggi fosse qui, sarebbe contento. Contento per quello che è stato un gesto di grande amore, di attaccamento ai colori scelti sin dall’età di 6-7 anni. Per motivi anagrafici nessuno di noi, nessuno dei presenti oggi, ha mai visto una partita della Roma a Campo Testaccio. Eppure tutti eravamo emozionati. Certamente consapevoli di non aver salvato il mondo, ma di aver fatto quello che sentivamo e potevamo fare.

Oggi sono tante le curve italiane a rifiutare il “calcio moderno”. E anche se noi giovani non lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, ci piacerebbe farlo: vedere 11 giocatori che in campo danno tutto, senza guadagnare miliardi, ma giocando per (e con) passione. Forse è vero, al giorno d’oggi questo discorso è utopia, ma noi ci crediamo e continuiamo a pulire Campo Testaccio. Ultimi romantici.

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