Milan, un deja vu tattico ricco di perplessità

La sconfitta con il Napoli ha ufficialmente aperto la questione tattica in casa Milan: errori macroscopici, un caos che vorrebbe essere organizzato, ma è lontanissimo dall’esserlo, una lezione di gioco inflitta dai partenopei che hanno reso eretiche le convinzioni tattiche di Clarence Seedorf. Il nuovo allenatore del nuovo corso milanista si è presentato qualche settimana addietro con idee molto chiare: filosofia di gioco moderna, spirito agonistico rinnovato, un modo di intendere il calcio rivoluzionato. I sofismi dell’olandese si stanno però rivelando paradossi nichilisti; l’ardore calcistico propugnato si palesa ma convince poco; il credo di cambiamento, al momento, soffocato.

Le idee tattiche del nuovo allenatore del Milan avevano da subito preso corpo: i giornalisti che auspicavano un primo periodo conservativo, affinché l’ex stella rossonera potesse acclimatarsi agli scricchiolii della panchina, sono stati subito smentiti con la proposizione di un 4-2-3-1. Calcio offensivo, movimento di uomini e palla, poco spazio per accorgimenti difensivi. Qualcosa di innovativo, ma solo all’apparenza visto che il modulo 4-2-fantasia era già stato adoperato da Leonardo. Allenatori alla primissima esperienza; ex fantasisti; volontà di creare un modello vincente; purtroppo per i tifosi stessi enigmi tattici e stessi risultati tutt’altro che convincenti.

Il confronto è d’obbligo anche perché gli errori commessi sono gli stessi se non addirittura più marchiani: la fase difensiva è letteralmente abbandonata a se stessa con spazi da coprire enormi per giocatori che non fanno della rapidità il loro punto forte. Il senso della posizione di Nesta e la grande rapidità di Thiago Silva, i centrali dell’era Leonardo, sostituita dall’enorme forza muscolare di Silvestre, Zapata, Mexes e Rami. Quattro giocatori che per caratteristiche personali e fisiche mal si attagliano ad un modulo in cui i difensori devono essere dotati di grande arguzia, vista l’enorme quantità di circostanze in cui possano trovarsi in duelli diretti conto gli avversari. Limiti tecnici acuiti e coppia di centrali quasi sempre messa alla berlina, con sciagurate interpretazioni della marcatura a uomo.

La linea mediana dovrebbe garantire un minimo di copertura in più, ma come chiedere a De Jong, Montolivo, Essien o Poli, al momento dimenticato, di sobbarcarsi il lavoro di un’intera squadra? Le stesse lacune palesate dal Milan di Leonardo, quando Pirlo e Ambrosini erano costretti a ripiegamenti folli, riaffiorano e si rendono sempre più concrete. Nell’ultima partita Seedorf ha optato per un centrocampo prettamente muscolare, abiurando l’idea di un calcio propositivo: De Jong ed Essien si sono ritrovati inutili frangiflutti sommersi dall’ondata partenopea, senza poter dare costrutto alla manovra offensiva.

Tutto passa in secondo piano rispetto all’analisi tattica dell’attacco del Milan: la volontà di schierare tutto quello che di offensivo offrisse la rosa era stata una strada già battuta da Leonardo: acronimi irripetibili per indicare Ronaldinho sulla sinistra, lo stesso Seedorf centrale e Pato largo a destra con Borriello punta centrale. Nessun giocatore propenso alla fase di copertura con sublimazione dell’idea ultraoffensiva e il diktat dell’allenatore brasiliano di restare alti per creare pericoli in contropiede. Un azzardo di tanto in tanto portava qualche risultato.

L’attuale schieramento scelto dal “Professore” olandese è ricco di incognite ma con una certezza appurata: nessun giocatore a disposizione, eccetto Taarabt, può efficacemente essere sfruttato come esterno d’attacco. Kakà, nonostante venga idolatrato come ai bei tempi, è lontanissimo parente del giocatore capace di tagliare le difese avversarie a fette con accelerazioni e strappi fulminei. Il caso Honda più aperto che mai: un giocatore dal ruolo ibrido e dalle caratteristiche poco chiare. In queste prime partite si è capito cosa non sia, i tifosi si interrogano su quale giocatore possa realmente essere il giapponese. Una confusione che regna sovrana e che nel match di sabato ha trovato sbocco nell’avanzamento di Abate nel ruolo ricoperto agli esordi con l’Empoli.

Esperimenti e rischi non necessari in una partita contro un avversario ostico, che non possono enfatizzare l’eccessivo dogmatismo adottato da Seedorf: il 4-2-3-1 non più come necessità ma come prova di forza, per dimostrare quanto siano forti le sue convinzioni calcistiche. Testardaggine simile a quella del suo suddetto predecessore alla guida del Milan.

Il deja vu del tifoso rossonero è molto più che un semplice fenomeno psichico.

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