Dai mondiali di atletica al centro per rifugiati: favola natalizia a Bari

In piena emergenza immigrazione è una storia di solidarietà e sport quella di due ospiti del Cara di Bari, Abdulle e Mussie e dei due agenti di polizia che hanno saputo scovarne il talento per la corsa e deciso di incoraggiarli a proprie spese. L’ha raccontato il settimanale Famiglia Cristiana partendo dal Centro di accoglienza per i richiedenti asilo del capoluogo pugliese che ospita attualmente 1460 migranti, principalmente del Pakistan e dell’Afghanistan.

Tra loro vi sono anche il 24enne eritreo, Hitsa Mussie, e il 21enne somalo, Abdulle Abdisha Kuur, che ha difeso ai mondiali di Atletica del 2011 i colori del suo paese, dal quale ha poi deciso di scappare, in un’estenuante fuga attraverso Sudan e Libia, fino all’arrivo presso il Cara di Bari, a febbraio 2013. E’ qui che il sovrintendente di Polizia, Francesco Leone, e l’assistente capo, Francesco Martino, hanno iniziato a notare i ragazzi allenarsi con mezzi di fortuna lungo il perimetro del centro.

L’agente Leone, in particolare, è un runner amatoriale e coglie subito il talento dei due che gli viene confermato una volta cronometrati in loro tempi. Da qui la decisione di Leone e del collega Martino si sobbarcarsi l’onere economico di sostenere i due corridori: acquistano loro abbigliamento sportivo, scarpe professionali da running, cronometri. Leone riesce anche a far entrare Abdulle e Mussie in una squadra di atletica amatoriale del Barese.

Entrambi gli agenti hanno famiglia a carico e combattono come ogni italiano con la crisi economica. Ma non hanno per questo rinunciato ad un piccolo grande gesto di solidarietà nei confronti dei due giovani: Mussie ha ottenuto un permesso da rifugiato ed è partito alla volta della Svizzera, Abdulle, invece, è in partenza per Perugia con in tasca un permesso di tre anni per ragioni umanitarie. “Continueremo a correre al suo fianco“, assicurano i poliziotti Leone e Martino, ribattezzati nel frattempo dai due corridori africani “big father” e “big brother”.

Abdulle aveva 15 anni e correva più veloce di tutti. Lo bloccò l‘esercito, voleva sparargli, pensavano fosse un kamikaze, altrimenti perché avrebbe dovuto correre così veloce? Il secondo segreto era custodito invece nel suo telefonino, che aveva resistito anche al viaggio dall’Africa a Lampedusa. Un video di qualche minuto. Il suo orgoglio: Abdulle aveva corso le semifinali, pettorina della Somalia, ai campionati del mondo in Corea del Sud nel 2011, specialità cinquemila metri piani. Perse, appena 18enne, ma si fece onore, superato da Bernard Lagat, poi medaglia d’argento. “È come se nascosto in quel campo ci fosse stato uno che a 18 anni aveva perso con Federer. E non gli davi più una racchetta in mano“.

Abdulle e Mussie per fortuna invece avevano le scarpe. La prima gara italiana fu il Trofeo del profugo, all’interno del centro. Stravinsero. “Ma io sono arrivato terzo“, precisa sorridendo Leone. “Ma il vero miracolo di quella gara è stato far avvicinare le due comunità: eritrei e somali hanno cominciato a parlarsi, Abdul e Mussie sono diventati inseparabili“. La competizione vera arrivò qualche settimana dopo, ad Adelfia, un paesino alle porte di Bari. “Purtroppo però i documenti non erano ancora pronti, non avevano il permesso di soggiorno Li ho fatti correre però fuori gara: primo e secondo“.

Arrivano i documenti, vengono tesserati con una società locale, cominciano a vincere gare in tutta la provincia: Bari, Casamassima, Putignano, Abdul primo e Mussie secondo. Il loro nome finisce sul taccuino delle società nazionali, ma soprattutto arriva il permesso temporaneo da rifugiati politici che tanto aspettavano. Era la parte del sogno senza la tuta e le scarpe da corsa. Mussie decide di fare quello per cui era venuto: andare in Svizzera, alla ricerca di un lavoro, dove si trova oggi. Abdul invece è da qualche giorno a Perugia, dove gli è stata assegnata un’abitazione. Sta cercando un lavoro da cameriere o operaio.

Voglio continuare a correre. E sto cercando una pista dove allenarmi – ha detto ieri a Francesco per telefono – La più vicina è a sessanta chilometri. Ma non è un grosso problema “. No, nella vita di Abdul, le distanze non lo sono mai state.

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