La notizia è stata ufficializzata ieri mattina. Vladimir Putin è candidato al Premio Nobel per la Pace per l’impegno dimostrato in Siria.
Si tratta di un annuncio che ha lasciato, naturalmente, tutti sconcertati visto il comportamento del Presidente russo degli ultimi mesi, che, di fatto, ha occupato la Crimea.

A proporre la candidatura di Putin è stato l’autore della sua biografia, Peter Truscott, membro della Camera dei Lord britannica ed ex ministro dell’energia.
E tra i suoi sostenitori figura anche il deputato sovietico Iosif Kobzon che ha dichiarato: «Mi sono sentito offeso quando a Barack Obama, che ha approvato aggressioni come quelle in Iraq e in Afghanistan, è stato conferito il Nobel per la pace e non capisco perché Vladimir Putin dovrebbe essere escluso».

Il vicepresidente dell’Accademia internazionale dell’unità spirituale e della cooperazione tra nazioni del mondo, Beslan Kobakhiya, altro sostenitore della candidatura ha spiegato che:«Putin ha fatto tutti gli sforzi per garantire una soluzione pacifica del conflitto siriano. Usando il suo esempio personale, ha dimostrato il suo impegno per la pace nei fatti, non solo a parole».

In effetti, Putin, nello scorso settembre era riuscito a far firmare un accordo ai siriani affinché il regime consegnasse le armi chimiche, evitando così l’intervento armato internazionale.
Operazione indubbiamente meritevole, solo che, in un momento politico come quello attuale la candidatura crea non poche polemiche, visto che lo stesso Putin non ha escluso un ulteriore intervento armato in Ucraina per ristabilire il legittimo governo e tutelare i cittadini di lingua russa.

D’altro canto tutti i vincitori del Premio sono stati ampiamente criticati, a partire da Barack Obama, passando per Shimon Peres e Yassir Arafat.
Ruolo fondamentale, quindi, ai fini dell’assegnazione del premio sarà la soluzione della questione ucraina. Naturalmente la Russia non ha né intenzione di scatenare le sue armate oltre la Crimea né quello di rompere il patto di amicizia stipulato con l’Ucraina nel 1997.
In ogni caso, alla luce della sua candidatura, ci si interroga sul reale valore di questo premio che dovrebbe essere consegnato a chi davvero si è trasformato in un simbolo di pace e che si è impegnato contro ogni tipo di conflitto. Si rischia, ora come in passato, di usare il riconoscimento semplicemente a fini propagandistici finendo con lo svilire l’immagine già sbiadita di un premio che in passato era molto ambito.