Non è più Tempo(rary) per Manager

Cos’è un Manager? Un apostrofo grigio fra le parole “mi sto estinguendo”
Figure che si presentano sotto le più svariate forme e che gli ultimi anni del Nuovo Mercato (che tutti chiamano “Crisi”) hanno fortemente messo in discussione, sorpresi nel mezzo del cammin di loro vita senza un curriculum aggiornato, una rete di relazioni e un approccio efficace ai social network professionali.
Cioè quel minimo per garantirsi visibilità e conoscenze per il proprio ricollocamento. Ed ecco dunque che, non supportati da una strategia personale, i Manager senza Paracadute si sono inventati professionalità dalla dubbia sostenibilità.
Sono tutti qui, nel mio personale album di Polaroid.

UnaBomber- Il Manager a Orologeria
Non avrete mica creduto alla favola del Temporary Manager? Purtroppo la statistica è sfavorevole: all’estero, dove queste figure sono ormai un’istituzione riconosciuta come ben sa Maurizio Quarta che da anni conduce la sua battaglia personale, quando un’azienda chiede un temporary manager riceve una Persona che non ha nessuna intenzione di lavorare per sempre e per quell’azienda. Si apre un progetto, gli si dà una fine, quel manager viene strapagato, risolve e se ne va.
In Italia invece, quando un’azienda chiede un Temporary Manager, vuole una Persona da non assumere ma che lavori a tempo pieno alla metà dello stipendio. A sua volta, quel Manager appena messo piede in Azienda, dopo aver chiesto la stampa del biglietto da visita, elemosina l’assunzione.
Il Temporary Manager in Italia si chiama Manager Interinale.

Di questo, grande responsabilità hanno le Agenzie Interinali che per certi aspetti sono state anche la grande innovazione della fine degli Anni 90 – inizio 2000. In un mercato del lavoro estremamente effervescente la cui movimentazione di Risorse Umane era appannaggio degli AmicidegliAmici o degli Uffici di Collocamento, le Agenzie Interinali hanno fatto la differenza.
Purtroppo, in mano ad un management troppo giovane, senza esperienza e con una formazione minima, quel mercato si è ritrovato a corto di strategie creando la necessità di “differenziare”, ampliando la proposta commerciale da operai e camerieri interinali ai “Manager Interinali”.

Oronzo Canà – Il Manager Allenatore
Il “coach” è oggi una delle figure professionali in grandissima espansione. Manager e non, che una volta nella vita si sono trovati a risolvere l’annoso problema di dove parcheggiare l’auto la mattina, una volta usciti dall’azienda hanno individuato nel “problem solving” una delle caratteristiche basilari su cui focalizzare la nuova attività. È anche vero che se c’è l’ha fatta RobertoRe ce la può fare chiunque, ma non è proprio così automatico.
Ed ecco che negli ultimi due anni, Linkedin è diventato una vera e propria orgia di coach, life coach, executive coach (perchè poi, bisogna anche differenziarsi). Si sprecano i corsi per diventare “coach di sè stessi” (che probabilmente sopperiscono al crollo editoriale delle riviste Hard..), “coach in un mese” (una sorta di eiaculazione precoce..) “coach con la PNL” (l’equivalente di pizza ai funghi cozze e nutella).
Fino alla differenziazione estrema fra coaching e counseling che è un pò l’equivalente di quelli che non riescono a entrare nel Rotary e finiscono nei Lions.

Settantatremilioni di risultati su Google non possono sbagliare.

Sedano Felice – Il Manager decresciuto
La “decrescita felice” o chi per lei è forse la più sana delle ambizioni di un Manager. Delusi dai ritmi stressanti, dall’aver messo da parte una famiglia, amicizie, rinuncie di tutti i tipi e mezza vita regalata all’azienda prima di essere allontanati senza troppi complimenti, queste Persone rivedono nettamente i propri valori e il proprio stile di vita. È stato il caso di Simone Perotti e di tanti che costretti all’abbandono manageriale, decidono di dedicare il resto della loro vita a seguire passioni e a costruire qualcosa per sè stessi.
In fieri in Italia abbiamo un mercato florido di venditori di piadine su spiagge tropicali, compreso Samuele Bersani. Ma in realtà poi sono tutti qui a raccontarlo al bar, nel centro di Milano.

Essere Trota oggi – Il figlio del Manager
Di sicuro il passaggio generazionale è uno dei temi più controversi nelle logiche di management e gestione d’impresa. Da una parte perchè essere “il figlio di”, soprattutto se hai avuto un padre illuminato, è opera ardua (non è il caso del Trota che di fatto ha mantenute inalterate le competenze di famiglia), dall’altra perchè spesso i padri non hanno altra scelta per i propri figli, che inserirli in azienda (Lapo docet).
I primi si contano sulla punta delle dita, al punto tale che vorrei lanciare il contest di Natale “segnalateci il figliuol prodigo” perchè personalmente conosco solo Valentina Marchesini della Marchesini Group di Bologna (giuro che non prendo fees e non sono consulente dell’impresa). Riguardo ai secondi che identifico con l’appellativo di “prendi l’Audi e scappa”, purtroppo, basta aprire i giornali.

Mi piacerebbe strapparvi qualche sorriso ancora, citando i formatori “esperenziali” (come se la formazione non dovesse SEMPRE essere esperenziale e invece pare sia sempre teorica) che dopo aver portato i manager sui carboni ardenti e poi in barca a vela e poi sui campi da rugby, adesso stanno scoprendo IL GOLF. Potrei citarvi i “manager di sè stessi” e quelli che hanno individuato in Detroit (unica città al mondo ad aver dichiarato la bancarotta) il futuro dell’automotive.

Invece termino con una riflessione e un invito ad aggiungere le vostre considerazioni: ma abbiamo ancora davvero bisogno di tutte queste etichette oppure è arrivata l’ora di bruciare i biglietti da visita e iniziare a trovare modelli collaborativi e “orizzontali” ?

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