Obama sotto l’assedio delle diplomazie europee e mediorientali

A qualche ora dai discorsi mirati a persuadere gli americani sulla situazione in Siria, spuntano aperture diplomatiche. Il Ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha incontrato il suo omologo siriano, Muallem, riuscendo ad ottenere un risultato.

Muallem infatti, non solo ha dichiarato che la proposta del Cremlino di entrare nell’OPCW (l’organizzazione per il divieto di armi chimiche), verrà presa in considerazione ma addirittura che rifletterà insieme ad Assad e agli altri componenti del regime, l’ipotesi di mettere sotto controllo internazionale, le armi chimiche siriane. Il gelo però, dopo le dichiarazioni dei due ministri, non è passato inosservato: solo in serata la cancelliera Merkel ha definito la situazione “interessante” così come altrettanto diplomaticamente si è espresso il Ministro degli Esteri francese Fabius.

Tutto questo mentre: Israele, che già aveva dispiegato una difesa antimissili (pronta dal 30 agosto), mantiene il più stretto riserbo senza commentare le scelte di Obama; il Mediterraneo si arricchisce di presenze militari, come non citare quella cinese; e mentre a Gedda, Arabia Saudita, è prevista per oggi la riunione dei Ministri degli Esteri delle sei monarchie del Golfo (Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Kuwait, Arabia Saudita) favorevoli alla visione interventista americana.

E Obama? Dopo lo scivolone di Kerry, quando a Londra ha dichiarato che qualora Assad consegnasse le armi chimiche entro la prossima settimana, gli USA non attaccherebbero la Siria, salvo poi rettifica del Dipartimento di Stato, il presidente si ritrova a fare i conti con il rischio di essere rimandato a settembre 2014. Nella camera dove dovrebbe contare sulla maggioranza, su 100 voti, 17 sono i no, 10 quelli propensi al no, 23 favorevoli ma 50 indecisi, e nell’altra camera necessita di 217 voti quando secondo il Washington Post, 230 sono voti contrari. E mentre si rimanda la votazione del Congresso, forse a venerdì o addirittura a lunedì prossimo, secondo i sondaggi il 63% degli americani è contrario all’intervento.

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