Quello che le email non dicono

“Ci fanno compagnia certe lettere d’amore…”

Di certo ci fanno compagnia, ma non sono proprio d’amore. Sono le email.

Ci seguono in ogni momento della giornata, tanto a casa quanto in ufficio, qualcuno dice che stanno sparendo, ma è certo che la mail rimane lo strumento più utilizzato, forse perchè più economico, più immediato, meno esigente in termini tecnici che ha permesso a tutti di accedervi senza la necessità di un apprendimento e di un manuale di regole e istruzioni che forse ne avrebbero favorito il corretto utilizzo.

O almeno l’osservanza di quella che viene definita netiquette che soprattutto in azienda permetterebbe di evitare fraintendimenti, mal di pancia, tensioni, perdite di tempo.

La mail, con lo scorrere del tempo sembra invece rappresentare lo strumento di comunicazione meno efficace nella gestione di una relazione di lavoro, sia a causa di una oggettiva inaffidabilità tecnica, sia a causa del numero sempre più crescente di canali di comunicazione alternativi che spesso relegano le mail a puro rumore di fondo.

Non per niente, molte aziende si stanno attrezzando con sistemi più precisi, con piattaforme di condivisione e di collaborazione. Fatte salve le opportune eccezioni, come il nostro Governo che ha deciso di spendere in maniera efficace qualche altro milione di euro per premiare i Parlamentari che utilizzano la mail, alla faccia dell’Agenda Digitale (questa sconosciuta).

Quali sono dunque i metatesti che si nascondono dietro l’invio di una mail?

Vi è mai capitato di ricevere mail da qualche collega o meglio, da qualche capo (o magari, confessate, lo avete fatto voi stessi) ad orari impensabili o nel weekend? Forse avrà voluto dirvi qualcosa del tipo: Vedete? Sono uno stacanovista: lavoro a qualsiasi ora. Sono io quello che deve essere promosso!

Cosa dire invece di quei colleghi che per chiarire alcuni aspetti di un progetto sentono la necessità di mettere in copia mezza azienda – Peccato che l’unico risultato sicuro che si otterrà sarà quello di seccare tutti i partecipanti in copia ai quali non interessa assolutamente nulla del contenuto della missiva. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, tutti inizieranno a rispondere a tutti, in maniera schizofrenica e cronologicamente impossibile da ricostruire creando una babele di messaggi senza capo nè coda che non faranno altro che generare fraintendimenti e confusione.

“..e se ci confondiamo un po’
è per la voglia di capire
chi non riesce più a parlare
ancora con noi…”

Per non parlare della mail usata come una chat : trenta messaggi per chiarire un concetto o discutere su una situazione / progetto – Non ho voglia di sentirti e confrontarmi con te.

Eppure certe volte una telefonata risolverebbe tante incomprensioni, non ultima la possibilità di spiegarsi direttamente permettendo di esprimere nella maniera giusta certe sfumature che irrimediabilmente finiscono in polemica.

Ed ecco allora imperversare le faccine (“emoticons”) a descrivere stati d’animo e specificare meglio cosa intendiamo, qualora il nostro messaggio non sia sufficientemente chiaro. Vi immaginate la faccia del ricevente dall’altra parte? Per non parlare di quei business-man che nella necessità di recuperare tempo straziano parole o comunicano per acronimi stranieri anche se parlano col fornitore di bulloni: “pregasi inviare fornitura di viti a croce asap..”


Di certo uno dei segreti della comunicazione è quello di mettersi al livello dell’interlocutore.
Citare S.Agostino in lingua originale con il geometra che sta seguendo i lavori di casa, non è probabilmente il modo migliore per spiegare che il parquet va risistemato.
A meno che, il geometra in questione non sia anche un appassionato latinista.

E infine, quella frase terribile che arriva immediatamente prima di chiudere una telefonata in cui hai con molta chiarezza espresso non più di tre concetti: la riunione (1)è per domattina alle 9:00, (2)porta la lista delle azioni (3):“d’accordo. Mi mandi due righe per mail?”

“Siamo cosi, dolcemente complicati….”

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