Steve Nash, i primi 40 anni di un uomo speciale

Cantami, o Musa, l’uomo di multiforme ingegno” cantava Omero nel primo verso dell’Odissea, riferendosi al prode Ulisse. Se il cantore greco nascesse oggi potrebbe senza dubbio dedicare una frase del genere a Steven John Nash, un uomo che fa storia a sé per la sua capacità di riuscire in tutto con una facilità disarmante, anche in un mondo di gente che spesso ha poco di umano come l’Nba. I primi 40 anni di vita questo canadese poliglotta, nato il 7 febbraio del ’74 in Sudafrica da genitori inglesi e cresciuto in Canada, hanno lasciato un segno indelebile in tutti coloro che si sono imbattuti in lui.

Nash, con le sue qualità umane e sportive, è sempre stato un esempio da seguire e continua a calcare i parquet americani con la canotta dei Los Angeles Lakers e a spiegare basket (quando la schiena regge) a gente con la metà dei suoi anni e il quadruplo dell’atletismo. La sua forza risiede nella straordinaria creatività, che unita a una visione di gioco periferica e al maniacale lavoro di tutti i giorni lo ha condotto per due volte a diventare il miglior giocatore nella lega più competitiva al mondo. I suoi Suns, con Mike d’Antoni in panchina, hanno cambiato l’Nba degli anni 2000, anche se per diversi episodi non hanno mai raggiunto il titolo. Nash in quella squadra era il leader, la “beautiful mind” senza la quale il sistema di gioco fatto di corsa e tiro da 3 non avrebbe mai funzionato.

All’epoca del college però in pochi avrebbero puntato un centesimo sulle sue qualità. Un bianco di 1 metro e 90 dal fisico “normale” non entra facilmente nei radar degli scout e il Canada, a differenza degli ultimi anni (in cui ha sfornato diversi potenziali campioni come Andrew Wiggins o Anthony Bennett) negli anni ’90 non era proprio il posto preferito per cercare talenti del basket. Quel ragazzo che si allenava a palleggiare con una pallina da tennis per migliorare il ball-handling però non era uno qualsiasi. Già da piccolo era stato instradato allo sport, e non importava cosa facesse, perché come per magia risultava sempre il migliore in tutto. Dopo aver scelto la palla a spicchi riuscì solo ad arrivare in un college di secondo piano, Santa Clara, perché i grandi atenei non credevano in lui. Ma gli anni universitari fecero ricredere tutti gli scettici, tanto che nel clamoroso draft del ’96 (quello di Kobe Bryant per intenderci) venne scelto alla 15.a posizione.

Da lì il suo percorso, che lo ha portato a sbocciare definitivamente intorno ai 30 anni. Il personaggio Nash però è troppo grande per limitarsi alla pallacanestro. Quando non è su un campo di basket si diletta anche in tante altre attività: partite di calcio (famoso il torneo che organizza ogni estate a New York, in cui giocano anche diversi calciatori professionisti o ex campioni. E lui è un dichiarato tifoso del Tottenham…), in cui mostra una tecnica e una visione che gli consentirebbero di giocare in un club professionistico senza troppi problemi, beneficenza (tramite la Steve Nash Foundation) e produzione di video e documentari come il bellissimo “Into the Wild” (che fa parte della collana dei documentari ESPN), diretto insieme al cugino Ezra Holland e dedicato a un altro grande canadese, il runner Terry Fox, e alla sua straordinaria impresa: un coast to coast dall’Atlantico al Pacifico, nonostante una gamba amputata, per la raccolta fondi contro la lotta all’Aids.

Un talento creativo che va oltre il basket quello di Nash, un uomo normale ma mai banale, nemmeno nei rapporti col gentil sesso, nei quali eccelle come pochi. A 40 anni la sua carriera sportiva è ormai agli sgoccioli, ma nessuno si meravigli se fra qualche anno ce lo ritroveremo dietro una macchina da presa o come direttore di un’agenzia pubblicitaria. O magari sulla panchina di qualche grande club della Premier League.

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