The Grandmaster: il ritorno (in grande stile) di Wong Kar-wai

Le arti marziali non sono solo Chuck Norris o Van Damme che prendono a calci e cazzotti nemici e malviventi: questo è un luogo comune del mondo occidentale. Per giudicare quindi con obiettività e fermezza l’ultimo film del cinese (trapiantato ad Honk Kong) Wong Kar-wai, The Grandmaster, ci tocca resettare i nostri clichè e metterci dalla parte di chi delle arti marziali ha fatto una ragione di vita, di chi le arti marziali le ha inventate. Come Yip Man, maestro del leggendario Bruce Lee, nonché sviluppatore dello stile di combattimento Wing-Chun. Sposato e con due figlie, Yip conduce una vita tranquilla affinando ed insegnando la sua arte marziale (peraltro senza mai aprire una scuola) e nel frattempo, confrontandosi con rappresentanti di altri stili, conosce Gong Er, figlia del gran maestro Gong Yutian, con la quale costruisce inizialmente un rapporto d’amicizia. Sono due i fatti che rompono l’equilibrio: l’assassinio di Gong Yutian da parte del suo allievo prediletto Ma San e, soprattutto, l’irruzione della storia nella vita di Yip, che a causa della seconda guerra sino-giapponese, nel 1938 deve abbandonare la sua Foshan per spostarsi ad Hong Kong.

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Come si evince dal plot, The Grandmaster (presentato alla Berlinale 2013) è lontano dall’agiografia, seppur onesta e di buona fattura, propria della saga di Wilson Yip, nata con Ip Man nel 2008. Il policentrismo narrativo configura, prima di tutto, uno spaccato di un periodo di cruciale importanza per la Cina. Grazie anche all’utilizzo di poche ma incisive immagini d’epoca, è una Storia palpabile, che si respira e che si intreccia col mito, in un meccanismo di azione-reazione (pregno di filosofia, e quindi di arti marziali) che vede tutti i personaggi coinvolti rispecchiare in maniera coerente il loro modo d’essere: la dignità incorruttibile di Yip; la dialettica interna di Gong Er, dilaniata più dalla necessità di ristabilire l’onore che dalla sete di vendetta ; il pragmatismo spietato del collaborazionista Ma San.

Formale ma neanche per un attimo conformista, The Grandmaster sul piano tecnico è di livello eccelso. Le straordinarie coreografie dei combattimenti (ideate da Yuen Wo Ping, lo stesso di Matrix e Kill Bill) si sposano con una raffinatissima fotografia dai toni freddi, che si concede qualche ammiccamento al barocco. Uno stile che toglie il fiato in almeno due scene d’azione, entrambe sotto la pioggia.

Per pochissimi istanti si può avvertire quasi un sentore di autocompiacimento stilistico: ma è un falso allarme, perchè anche nelle sequenze in cui il rischio di apparire solo vuoti e formali è alto, basti notare come la dilatazione temporale (con il frequente ricorso allo slow-motion) non è che un mezzo per affondare il colpo subito dopo, con scene o dialoghi incisivi e risolutori.

the grandmaster il ritorno in grande stile di wong kar-wai 1

The Grandmaster però è anche una storia d’amore: una di quelle sofferte e incompiute che tanto piacciono al regista cinese. Merito dei due protagonisti, Tony Leung (attore feticcio di Kar-wai) e Zhang Zhyi: perfetti e senza sbavature nella loro disperata compostezza, distaccati e razionali ma al tempo stesso fragili, (non) vivono un amore pregno di rimpianto e nostalgia. In un’opera tecnicamente impeccabile, che propone tematiche e personaggi di grande profondità, la love-story non convenzionale di Yip e Gong Er si rivela un valore aggiunto.

Un’ultima raccomandazione: è bene tendere le orecchie nella scena finale, nella colonna sonora è contenuta una citazione che strapperà qualche lacrima.

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