Avvocati, tornano le tariffe minime?

    E’ di due giorni fà la riforma forense, approvata dal Senato, che tra le altre cose, prevede il ritorno delle tariffe minime per gli avvocati.

    Per tariffa minima s’intende il prezzo minimo (parcella) che ciascun cliente dovrà pagare al proprio avvocato, per il servizio richiesto.

    Ora, stabilire una tariffa minima significa eliminare la possibilità che gli avvocati si facciano concorrenza tra loro, attraverso il meccanismo del prezzo di libero mercato.

    Si è sempre risposto a tale obiezione con il principio della “qualità”. Cioè, essendo il servizio in questione di delicata importanza, investendo il rapporto tra l’individuo e la sua possibilità di difendersi, davanti alla legge, per ottenere giustizia verso altri privati o lo stesso Stato, la concorrenza di prezzo finirebbe per svantaggiare i soggetti più deboli, che si rivolgerebbero agli avvocati più scarsi, con tariffe più basse.

    Ma è strano che chi crede nelle virtù del libero mercato non applichi questo ragionamento a ogni segmento di mercato, ma soltanto a certe categorie. E poi, se viene meno il meccanismo del prezzo, che di fatto in una libera economia “segnala” la qualità dell’offerente il servizio, come fà il cliente a distinguere tra avvocato buono o cattivo?

    Tariffa minima= prezzi uguali per tutti, quindi, tutti ufficialmente bravi allo stesso livello.

    E lo sfigato, che si vorrebbe proteggere per legge, capiterà tra le grinfie di un cattivo avvocato, senza neanche saperlo.

    Insomma, ci privano della possibilità di scegliere un buon avvocato o di rivolgerci coscientemente a uno meno bravo.

    Da un governo liberale vorremmo altro.

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