C’era una volta il fattore campo, oggi c’è la Champions League

C’era una volta il fattore campo. Si trattava di un fattore talmente rilevante che nel 1967 venne introdotta nelle manifestazioni europee quella che gli inglesi chiamano away goal rule. Il primo gol “doppio” decisivo lo segnò il grande Eusebio senza sapere di segnarlo. Giocavano i nordirlandesi del Glentoran e i campioni portoghesi del Benfica all’Oval di Belfast. Eusebio pareggiò a quattro minuti dalla fine. Il ritorno a Lisbona finì 0-0 e solo allora scattò la regola, si capì per la prima volta l’importanza di un gol fuori casa.

Tra gli storici gol “fuori casa” ricordiamo quello di Shevchenko che permise al Milan di superare l’Inter nella semifinale del 2003 o quello di Iniesta al Chelsea a 93′ che diede ufficialmente avvio all’era Guardiola. Ma la letteratura calcistica è piena di queste imprese, epiche proprio perché compiute lontane dalle mura amiche, in una nazione diversa, in un ambiente ostile. Non era impresa semplice segnare un gol a in Inghilterra, anzi era complicato persino superare la metà campo in campi come quelli di Liverpool o Leeds. Le squadre italiane insegnavano alle altre a schierarsi dietro la linea del pallone, a stringere i denti, raddoppiare le marcature e giocarsi la qualificazione al ritorno, davanti al proprio pubblico.

Lo chiamavano catenaccio, in senso dispregiativo. Per molti allenatori era un vanto saper difendere in 11 e tornare in patria senza aver subito l’onta del gol subito. A segnare, davanti al proprio pubblico, si faceva sempre in tempo. Un tempo l’Europa non era unità. Le difficoltà climatiche e culturali, rendevano ostica qualunque impresa. Non solo a Madrid o Monaco di Baviera. Un gol realizzato in trasferta era un tesoro inestimabile (persino a fronte di una sconfitta, magari per 2 a 1) anche quando veniva segnato in Germania Est, a Dresda, o in Unione Sovietica, nella vecchia Leningrado. Non era semplice passare a Glasgow e giocare a Malines, in Belgio, voleva dire andare all’inferno. Anche perché c’era da superare un portiere come Preud’Homme, uno dei più forti al mondo. Le difese erano più attente e forse, non ditelo troppo in giro, i marcatori più preparati. Anche le regole del calcio erano diverse e gli arbitri più permissivi. Capitava di vedere grandi attaccanti picchiati per tutto il tempo dal difensore di turno, senza l’ombra di una sanzione disciplinare, soprattutto in casa propria. Oggi si ammonisce e si espelle con disinvoltura, è il calcio moderno, dicono.

La prima parte degli ottavi di finale dell’edizione 2013/2014 della Champions League ha detto che il fattore campo non esiste più. Il PSG ha dominato a Leverkusen, il Barcellona, al netto degli errori arbitrali, ha vinto a Manchester, il Bayern ha passeggiato a Londra, l’Atletico, ottima organizzazione e molta fortuna, ha sbancato San Siro. Forse solo quest’ultima contesa, quella tra rossoneri e colchoneros, resta aperta. Un gol si può ancora rimontare anche se Simeone non sembra badare troppo al tiqui taka e imposterà la partita di ritorno sul primo non prenderle. I suoi trascorsi in Italia, da giocatore prima e da allenatore poi, si sono visti tutti ieri sera. Organizzazione difensiva, solidità, cinismo. La fortuna non è mai troppo casuale, gira sempre dove deve girare, tranquilli.

Vedremo cosa ne sarà delle altre quattro sfide, di certo questa novità finisce per rendere ancora meno romantico il calcio europeo e i nostri mercoledì (che nel frattempo sono diventati martedì, mercoledì e giovedì), come se non bastasse la nostalgia per la Coppa dei Campioni sostituita dalla markettara Champions League. Il fattore campo non c’è più, il gol fuori casa ha perso il valore di un tempo. E adesso vallo a spiegare ai bambini che “Il PSG ha vinto 4 a 0 ma non è come se ha vinto 8 a 0. Se il Leverkusen vince 5 a 1, a Parigi, passa il turno“. Vi sembra un ragionamento credibile?

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