Pompei, via Nola: il muro altro due metri di una bottega del’Insula 2, civico 19, è crollato ieri dopo le piogge dei giorni scorsi. Una bottega che resisteva da quasi duemila anni, dunque, si ggiunge alle vittime della cattiva manutenzione di uno dei siti archeologici più importanti del mondo.

La lista è lunga. Sono anni che Pompei continua a sbriciolarsi, davanti allo sgomento ed all’impotenza generale. Le notizie degli ultimi giorni sono dovute principalmente alle recenti piogge che hanno dato il colpo di grazia a strutture quantomai delicate come il Tempio di Venere, da cui si sono staccate alcune pietre dalla spalletta del quarto arcone sottostante la struttura. Il tempio era già puntellato, ma una struttura del genere difficilmente potrebbe tenere testa a piogge torrenziali che in Italia riescono mietere vittime anche tra chi abita in case moderne.

Dopo un altro crollo, ieri mattina, è venuto giù anche un muro di contenimento della necropoli di Porta Nocera. Il muro, costruito contro-terra, non ha retto alla pressione ed è rovinato a terra, provocando gravi danni.
«Si è provveduto a chiudere tutti gli accessi alla necropoli, che rimarrà chiusa al pubblico fino al completamento delle verifiche del caso e al ripristino del muretto» ha assicurato la Sovrintendenza speciale di Pompei.

Probabilmente sarebbe stato il caso di prevenire piuttosto che dover arrivare a chiudere il sito; intanto, a danno ormai compiuto, il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha convocato una riunione operativa su Pompei, prevista per oggi al Mibact. Verrà visionato un rapporto dettagliato, già richiesto dal ministro, sui crolli degli ultimi mesi e sull’efficacia degli interventi finora effettuati, oltre allo stato del Grande Progetto Pompei – il quale vorrebbe arrivare al dicembre 2015 con una Pompei riqualificata, sicura e finalmente degna della sua potenziale capacità attrattiva.

«Il Tempio di Venere era l’avamposto della città verso il mare» dichiara l’architetto Antonio Irlando, responsabile dell’Osservatorio Patrimonio culturale. «Il suo stato di conservazione era da tempo compromesso. Per quanto riguarda la necropoli di Porta Nocera, si tratta della più rilevante, per numero e importanza di monumenti funerari, tra quelle rinvenute nell’area archeologica». La colpa, per Irlando, sarebbe da far ricadere su «un vuoto gestionale senza precedenti».

Il problema è che la mala gestione in Italia è un male patologico. Sarà che il troppo stroppia: forse non ci si rende conto di quanto questo immenso patrimonio sia prezioso proprio perché, ritrovandone sprazzi dietro ogni angolo, ormai vi si è abituati. È impossibile infatti girare per l’Italia senza imbattersi in una chiesa-gioiello, in scavi archeologici o in un museo.

Salvo poi prenotare l’ennesima vacanza all’estero e restare sconcertati non tanto da quello che si vede, per quanto spettacolare possa essere, ma dal confronto con l’Italia. Un esempio per tutti: è risaputo che gli italiani siano innamorati della Germania, ma basti considerare che il monumento più famoso di Berlino è una porta (quella di Brandeburgo) risalente al 1778: in pratica l’altro ieri per chi, come un italiano, il più delle volte si ritrova ad andare a messa in chiese barocche, rinascimentali, medievali o persino romaniche.

Il British Museum di Londra, con 250 pezzi provenienti dagli scavi di Pompei esposti da aprile a settembre del 2013, è riuscito a guadagnare 11 milioni di euro; non contenti, gli inglesi hanno prodotto un film tridimensionale con cui contano di raddoppiare gli incassi. Possibile allora che in Italia, dove possediamo tutto il resto di quei 250 pezzi esposti a Londra, non si riesca neanche a finanziare un’adeguata manutenzione?

Evidentemente è possibile, se viviamo in un Paese dove la notizia della soppressione della storia dell’arte nelle scuole non ha trovato alcuna difficoltà ad attecchire, tanto poteva sembrare plausibile; se non si viene portati non necessariamente ad apprezzare l’arte, ma almeno a rendersi conto del potenziale che offre; se, di conseguenza, troppo spesso gli interessi culturali vanno a mischiarsi con quelli della malavita organizzata, cancro che nelle altre Nazioni non è neanche minimamente radicato come nella nostra.

È semplice, allora, restare indifferenti ai numeri piuttosto deludenti degli ingressi ai musei. Magari ad ogni italiano farebbe bene andare a dormire con l’incubo che finisca per crollare anche il Colosseo – o qualunque monumento che ciascuno porta nel cuore – : a quel punto, forse, si riuscirebbe a trasformare le lacrime amare versate finora in orgoglio.

[Foto credits: tg24.sky.it]