Da Maldini a Del Piero: la sportività che manca dentro e fuori dal campo

Magliette lanciate agli arbitri, insulti tra giocatori, risse e bandierine distrutte. Ogni giorno, in qualsiasi partita di calcio, assistiamo a comportamenti e atteggiamenti di giocatori, e spesso anche di allenatori, che purtroppo vanno oltre il limite della decenza. Dalle bravate di Cassano ai fallacci di Paolo Montero, dall’idiozia di Mario Balotelli, alle pazzie di Erick Cantona. Si finisce purtroppo di diventare modelli da imitare, e degli esempi da seguire, che fanno male al calcio, fanno male ai bambini, fanno male ai ragazzi che guardano una partita in TV, e fanno male agli spalti stessi. Perché l’odio e la scorrettezza che si verifica in campo, con giocatori che rispondono ad arbitri senza pudore per ogni fallo fischiato, o allenatori che prendono a schiaffi i propri giocatori di 30/40 in meno, è immagine di quello che succede lassù, nelle curve e nelle tribune.

Purtroppo sembra quasi che siano finiti i tempi della correttezza di Giuseppe Bergomi, o della lealtà di Gaetano Scirea. Proprio lo juventino, in 663 partite, ha collezionato soltanto 9 ammonizioni e nessun cartellino rosso, abbinando alla sua intelligenza tattica e classe, grande sportività e correttezza. Per avvicinarci agli anni più recenti, se non attuali, e ammirare l’educazione di un grande difensore come Paolo Maldini, un grande capitano come Javier Zanetti, o per finire all’ex numero 10 della Juventus Alessandro Del Piero. Proprio quest’ultimo in un Roma-Juventus del 2005, a uno schiaffo dell’allora difensore della Roma Cufrè rispose: “bravo, complimenti”. Nessun altra parola, nessun altro gesto, solo una frase per dimostrare che si può essere superiori con le propria gesta tecniche e balistiche, con i propri gol all’ultimo minuto, o giocate sopraffine.

Ma invece sembra si sia persa la vera essenza del calcio, sostituita da tatuaggi, orecchini, capigliature più stravaganti possibili e macchinone; con la spavalderia di giocatori con il conto corrente in banca pieno e strapieno che sembra dia loro una giustificazione tale da poter avere atteggiamenti di superiorità nel campo e nella vita, non degnandosi nemmeno di fare un minimo di sorriso a quei bambini di 6 o 7 anni che aspettano, invano, con la mano tesa un “batti cinque” dei propri campioni, o meglio, dei propri giocatori preferiti. Perché per essere campioni non serve vincere coppe su coppe, segnare gol da antologia, o far vincere le partite. Essere campioni significa abbinare a tutto ciò, l’umiltà, l’educazione e il rispetto dell’avversario.

E quindi cosa succede? Tutto ciò viene riflesso, imitato, copiato nelle curve, e succede di vivere purtroppo uno sport infangato dal comportamento di molti “tifosi”, che passano le loro domeniche ad usare la spranga, magari inneggiando a vecchie ideologie che tutti (o quasi) vorremmo sepolte; uno sport infangato dal comportamento di molti giocatori, pronti alle più stupide scorrettezze pur di inseguire una vittoria; uno sport infangato da molti calciatori che non si preoccupano minimamente di essere un modello per milioni di giovani, comportandosi in maniera ben poco qualificante anche fuori dal campo; uno sport infangato da molti commentatori e soprattutto molti allenatori che più che icone di maturità sembrano tanti avvocati difensori dei propri giocatori, pronti a difenderli anche dalle palesi scorrettezze.

Uno sport infangato anche da chi, come Federazione, stenta ad intervenire duramente, e in generale per tutti i comportamenti antisportivi avvenuti in campo.

Uno sport che debba ritornar a colorare le nostre giornate più buie, in cui ritorni il fuoco ardente che scalda tutti noi, uno sport che deve essere vissuto con passione, leggerezza, allegria, uno sport che deve ritornare ad essere … soltanto uno sport.

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