La Direzione distrettuale antimafia di Palermo è riuscita ad arrestare Elmi Mohamud Muhidin, cittadino somalo di 34 anni riconosciuto dai superstiti eritrei del naufragio dello scorso 3 ottobre come l’organizzatore del loro viaggio, terminato con 366 vittime. L’uomo è accusato di sequestro di persona, tratta di esseri umani, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza sessuale. Insieme a lui è stato fermato anche uno scafista di nazionalità palestinese, tale Attour Abdalmenem, 47 anni, non legato allo sbarco del 3 ottobre.

Grazie all’identificazione di Muhidin, gli investigatori sono riusciti a fare un passo avanti nelle indagini, venendo a conoscenza dell’identità di uno dei capi dell’organizzazione transnazionale che gestisce il traffico di migranti tra Corno d’Africa, Sahara, Libia e coste italiane.

L’amico degli italiani “che contano”. Le vittime del naufragio erano tutte di nazionalità eritrea, in fuga dal regime di Isaias Afewerki, in carica dal 1993 e una lunga lista di amici “che contano” in Italia (come Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, che nel 2004 accompagnarono Afewerki a conoscere gli alpini a Trieste, mentre nel suo Paese faceva massacrare gli studenti) sono state intercettate nel deserto al confine tra Sudan e Libia da un gruppo di somali. Qui sono stati caricati a bordo di pick up armati di mitragliatrici e portati in un campo di prigionia – un vero e proprio “campo di concentramentosecondo il procuratore aggiunto di Palermo Maurizio Scalia – dove sono stati torturati con manganelli e scariche elettriche. Alcuni di loro, raccontano i migranti sopravvissuti, sono stati legati dai trafficanti con delle corde collegate tra piedi e collo, “in modo che anche il minimo movimento creava un principio di soffocamento”. Si tratta di campi illegali come quello di Agedabia, a sud di Bengasi o di Agadez (Niger) dove i migrati vengono letteralmente parcheggiati in attesa delle migliori condizioni – atmosferiche ed economiche – per continuare il viaggio.

I campi di concentramento del terzo millennio. In questi centri, le donne vengono violentate, quando non vengono date “in dono a gruppi paramilitari, armati di mitragliatori Ak-47”. “Una sera”, ha raccontato una giovane vittima delle violenze agli inquirenti italiani, “dopo essere stata allontanata dal mio gruppo sono stata costretta con la forza, dal somalo [Muhidin, ndr] e da due suoi uomini, ad andare fuori. Gli stessi dopo avermi buttata a terra e successivamente bloccata alle braccia e alla bocca mi hanno buttato in testa della benzina provocandomi un forte bruciore al cuoio capelluto, al viso e agli occhi. Successivamente, non contenti, i tre, a turno, hanno abusato di me”. Tutte e venti le ragazze di quel viaggio, ha precisato la giovane, hanno subito lo stesso trattamento. Talvolta i migranti subiscono una seconda carcerazione una volta arrivati in Italia, come ha scoperto la polizia nel settembre 2011, individuando il primo di questi “carceri” nella tonnara di Santa Panagia (Siracusa) e scoprendo la co-gestione del traffico tra gruppi criminali egiziani e la mafia siciliana. Una volta arrivati in Italia, però, quasi mai il viaggio può dirsi davvero concluso. Molti dei migranti, infatti, vogliono arrivare alla loro meta effettiva – che non è quasi mai il nostro Paese – ma vengono fermati all’interno del circuito dei Cie.

“Malaburocrazia”: la miglior alleata dei trafficanti. Altri, invece, si trovano a fare i conti con la burocrazia italiana. Se l’operazione Raìs aveva permesso di individuare il sodalizio siculo-egiziano, un’altra operazione – denominata Caronte – ha portato lo scorso anno all’arresto di 22 persone e a denunciarne in tutto 54 in tutta Italia. La riuscita di quest’operazione si deve anche e soprattutto alla testimonianza di una giovane ragazza nigeriana che, testimoniando dinanzi alla Direzione distrettuale antimafia, aveva confermato nomi e ruoli del gruppo criminale, riferibile alla mafia nigeriana. Il traffico gestito da questa organizzazione, la cui “capitale” è stata identificata nella città di Benin City, Stato di Edo, si basa – oltre che sulla coercizione e l’uso del debt-bondage – anche di una pratica vodoo nota come “juju”. Una pratica che non aveva impedito alla ragazza di rendere un fondamentale apporto all’operato delle forze dell’ordine. Nonostante questo, però, lo Stato italiano ha deciso di non sostenere il coraggio di queste testimoni tagliando l’articolo 18 del decreto legislativo 286/1998 che permette alle vittime di tratta che denunciano di ottenere un permesso di soggiorno, “un sistema che costa 8 milioni di euro l’anno e che finora ha permesso di contrastare in modo serio le mafie internazionali”, secondo Alberto Mossino dell’associazione PIAM. Un sistema che per il 2014 è stato finanziato con soli 3 milioni di euro.

Il grande occhio del regime. Per i migranti eritrei, inoltre, il nostro Paese costituisce anche un altro pericolo: a Lampedusa e ad Agrigento è stata accertata la presenza di personalità direttamente collegabili allo Young People’s Front for Democracy and Justice (YPFDJ), la sezione giovanile estera del partito di Isaias Afewerki, l’unico presente in Eritrea, che si sarebbero offerti come interpreti o mediatori culturali secondo la denuncia di Padre Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia e responsabile per la Pastorale migranti eritrei e etiopi in Svizzera. Tra questi, denuncia Padre Zerai, personalità di spicco dell’organizzazione come Tedros Goytom, leader del movimento o Astier Tesfamariam, “vicina all’ambasciata eritrea e al YPFDJ” fino al 2009 tra i soci della società privata Interpreti e traduttori in Cooperativa srl che fornisce il servizio di traduzione alle Commissioni Territoriali, incaricate di esaminare le domande dei richiedenti asilo e consulente esterna del progetto Praesidium II della Croce Rossa Italiana nel 2004. Inoltre, i familiari delle vittime eritree dei naufragi nel Mediterraneo hanno dovuto subire l’affronto dell’invito dell’ambasciatore Zemede Tekle ad una commemorazione di chi fugge “proprio dal regime che quell’ambasciatore rappresenta”, così come qualche giorno prima il ministro per l’integrazione Cécile Kyenge aveva ricevuto Deres Araya, definito da Padre Zerai “sedicente capo della comunità eritrea in Italia. Quella parte di comunità molto vicina al governo di Asmara”.

[Nella foto: l’arresto di Elmi Mohamud Muhidin; fonte: palermo.repubblica.it]