Dieta indigena: un ritorno alle origini per migliorare la salute dell’uomo occidentale

Per vivere in maniera sana e mantenere una buona salute non servono diete strane o complicate. Basta un ritorno dell’individuo alla natura grazie a una dieta indigena. L’industrializzazione indiscriminata ha portato all’inquinamento di terre e acque, con la conseguente produzione di cibi spesso contenenti un alto livello di sostanze tossiche, mentre la deforestazione selvaggia, attuata per far posto all’agricoltura, ha causato la perdita di molte sostanze nutritive che le foreste indigene offrivano.

La ricerca scientifica ha dimostrato come, nell’Occidente moderno, la diffusione sempre crescente di malattie croniche possa essere contrastata grazie alla reintroduzione nella nostra dieta di nutrienti che venivano consumati regolarmente dai nostri antenati.

Cereali come il miglio, la quinoa o il fonio sono utili all’individuo in quanto gli forniscono micronutrienti essenziali per la propria dieta, nonchè possiedono la capacità di ridurre il rischio di diabete e la produzione di colesterolo cattivo. A parere della Langone Medical Center della New York University negli Stati Uniti poi, alimenti come la spirulina, un’alga presente negli stagni e alla base di molti sistemi alimentari tradizionali, possono aiutare l’uomo moderno ad aumentare la propria immunità sistemica e a diminuire infiammazioni e reazioni allergiche.

L’International Livestock Research Institute (ILRI) a Nairobi, in Kenya, ha inoltre sottolineato come fin dai primi anni ’60, la crescita economica, l’urbanizzazione e l’aumento incontrollato della popolazione mondiale abbia causato un incremento nel consumo di alimenti di origine animale di origine – tra cui carne, uova e latticini – che nel 2013 è arrivato al 13% su scala globale.

L’abbandono di diete indigene e tradizionali dovuto al crescente degrado ambientale e all’introduzione di alimenti trasformati – come grassi, oli raffinati e carboidrati semplici – non incide negativamente solo sulla salute dell’uomo occidentale ma anche su quella delle popolazioni indigene, che hanno visto l’aumento nelle loro comunità di malattie quali il diabete, il nanismo e la diminuzione delle difese immunitarie.

Abbiamo perso il nostro rapporto primario con il nostro mondo intorno a noi, afferma Martin Reinhardt, assistente professore di studi nativi americani alla Northern Michigan University. E sarebbe bene invece che questo rapporto fosse ricostruito e riaffermato con più vigore che mai, non solo per la nostra salute ma anche per quella dell’intero pianeta.

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