Due cuori in affitto

Nella zona residenziale de La Muette, nel XVI arrondissement parigino, è possibile acquistare l’appartamento che fu il nido d’amore di Brigitte Bardot e del suo terzo marito, il playboy tedesco (nonché miliardario, qualità non trascurabile in un uomo) Gunther Sachs.
La notizia è apparsa sui giornali con tanto di fotografie delle sfarzose stanze della grande casa: 400 metri quadrati con bar, discoteca, giardino, sala da biliardo e dieci camere con bagno privato, che basterebbero e avanzerebbero per ospitare tutta la mia numerosa famiglia meridionale per il cenone della vigilia di Natale.

Il matrimonio tra i due VIP d’annata durò solo tre anni, dal 1966 al 1969. La Bardot, seppure ancora giovanissima, era già al terzo marito non aveva placato il suo bollente spirito.
La relazione, seppur di durata risicata, ha fatto lievitare il valore dell’appartamento a sei milioni di euro, una cifra decisamente salata per questi tempi amari.
Tralasciando l’assurdo calcolo dei secoli che mi servirebbero per riuscire a pagare il mutuo per un acquisto del genere, ho pensato a come il lusso di questi bellissimi famosi si scontri con l’idea romantica dei “due cuori e una capanna”.

Durante la mia travagliata vita sentimentale, pur non avendo all’attivo nessun matrimonio (per scelta, calcolo o semplicemente perché nessuno me l’ha chiesto), ho già vissuto qualche breve condivisione degli spazi e una lunghissima convivenza.

Se si esclude il caso del fidanzato che aveva ereditato la casa da un padre molto anziano e quello che viveva nel trilocale che sua madre gli aveva comprato con i soldi della liquidazione, purché non lo condividesse con nessuna prima del matrimonio (cosa che – appunto – ha accorciato i tempi della nostra relazione), la vita insieme è sempre stata segnata dal pagamento dell’affitto.
Non avendo denaro sufficiente per una sistemazione tutta nostra, siamo ricorsi a locazioni, spesso molto salate, in case la cui agibilità era tutta da verificare, o condivisioni con altre persone.
Durante gli anni dell’università, quando le case erano un porto di mare, non era raro incontrare coppie, “di fatto” o fresche di matrimonio legalmente contratto, che alloggiavano in una stanza di appartamenti condivisi con studenti o lavoratori.

Finita l’università, la situazione per molti non è cambiata. Siamo eterni studenti, anche in amore.
L’Italia è un paese atipico, in cui circa sette famiglie su dieci sono proprietarie dell’alloggio in cui vivono. Considerato che l’acquisto di una casa da parte di una giovane coppia è ormai pura fantascienza, spesso i piccioncini si sistemano in case acquistate dai genitori o case intestate a mamma o papà delle quali si ottiene l’usufrutto.
Meno di un sesto delle coppie ha un mutuo sul groppone (e io mi vanto di essere tra questi folli temerari) e capita spesso che le rate se le accollino sempre i benedetti genitori.
In pratica, in Italia, le capanne gravano sulle spalle di una generazione che sta dirigendosi verso il viale della pensione, diritto ormai divenuto privilegio e sempre più in via d’estinzione. Senza l’aiuto di mami e papi, moltissimi giovani potrebbero a stento condividere lo spazio risicato di un sacco a pelo, modello a due piazze.

Qualche tempo fa mi aveva fatto riflettere e sorridere amaramente la notizia che sempre più trenta-quarantenni restino a vivere sotto lo stesso tetto dei loro genitori. I fidanzamenti, anche quelli lunghissimi, vengono vissuti in case separate (e forse questo è il motivo della loro durata), tu dai tuoi e io dai miei, come un tempo, quando vivere sotto lo stesso tetto senza aver contratto sacramento era considerato disdicevole.
La convivenza per le coppie under 35 sta diventando un lusso e ancora più lussuoso è separarsi, nonostante l’amore sia giunto al capolinea, perché se è vero che un affitto per due soli stipendi è caro, figuriamoci cosa può permettersi la busta paga, quando c’è, di uno solo.
Quando il patrimonio immobiliare delle generazioni precedenti si esaurirà, sempre augurandoci di poter mantenere le case ricevute in dono o eredità, diventerà la norma ridurre gli spazi dell’amore a un solo locale di un appartamento condiviso.

Due cuori e una stanzetta doppia.
Resta da capire, a questo punto, se sia davvero così necessario alle coppiette senza prole un castello isolato dal mondo.
Magari torneremo alle comuni come negli anni ’70, inventando nuovi villaggi di coppie precarie, purché tutti rispettino i propri turni di pulizie.

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