Francia, Hollande riabbassa età per la pensione. Domenica si vota

    A circa tre settimane dal suo arrivo all’Eliseo, il neo-presidente François Hollande ha calato l’asso nella manica tra le carte che aveva proposto ai francesi di giocare una volta diventato capo dello stato. E quando mancano cinque giorni alle elezioni legislative di domenica prossima, Hollande ha annunciato la possibilità per molti francesi di continuare ad andare in pensione a 60 anni, cancellando parte della riforma voluta dal governo Sarkozy, che prevedeva l’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni. In realtà, la legge non varrà per tutti, ma è una sorta di ampliamento della casistica già prevista da una legge del 2003, che va nella direzione di consentire a coloro che hanno iniziato a lavorare da molto giovani, di ritirarsi dal lavoro a 60 anni. In sostanza, chi avrà maturato tanti anni di contributi, maggiore di due rispetto a quelli necessari per andare in pensione a tasso pieno, potrà godere di questo diritto. Nella pratica, ad esempio, chi a 60 anni avrà raggiunto già 43 anni di contributi, avendo iniziato a lavorare a 17 anni ininterrottamente fino ad oggi, potrà ritirarsi e godersi la pensione.

    Una controtendenza, rispetto a quanto accade in tutto l’Occidente, anche se nei fatti la misura riguarderà non molte persone e costerà allo stato solo un paio di miliardi all’anno, contro i 5 pronosticati in campagna elettorale.

    Ciò che conta, però, è che Hollande ha mantenuto la sua promessa non appena arrivato all’Eliseo. E potrà sembrare certamente un pò populista, ma appena diventato presidente si è tagliato lo stipendio del 30%, abbassandolo della stessa percentuale anche ai suoi ministri. Ha tagliato di molto le spese per i voli di stato, tanto che il ministro degli esteri ha dovuto prendere un low-cost tra Parigi e Berlino. In termini elettorali, è evidente che si tratti di mosse vincenti, che indicano anche una rottura voluta con lo spirito da grandeur del precedente quinquennato. La sobrietà al potere, diremmo. E, in effetti, un pò per calcolo, ma certamente per carattere, Hollande sta facendo della sobrietà lo stile del suo inizio alla presidenza.

    Ma i tempi degli annunci non sono stati casuali. Domenica prossima, si vota per rinnovare i 577 deputati all’Assemblea Nazionale. E’ estremamente importante che fino ai ballottaggi del 17 giugno, Hollande dia la sensazione ai francesi di essere un presidente decisionista, sobrio e in grado di mantenere le promesse. E stando ai sondaggi, pare che la luna di miele con il Paese stia funzionando. Se è vero, infatti, che l’Ump, ossia il partito neo-gollista della destra transalpina, sarebbe in vantaggio con il 30-34% dei consensi, i socialisti dovrebbero ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, grazie all’alleanza con verdi e sinistra radicale di Mélénchon.

    In particolare, i socialisti da soli otterrebbero tra 249 e 291 seggi, potendo anche non godere della maggioranza assoluta da soli. Tuttavia, grazie ai verdi e all’estrema sinistra otterrebbe una maggioranza solida da 303 a 357 seggi. L’Ump, a sua volta, dovrebbe attestarsi decisamente sopra i 200 seggi, mentre solo 3 seggi andrebbero al Fronte Nazionale, nonostante il partito di Marine Le Pen sia accreditato tra il 14 e il 16%.

    Si allontana, quindi, lo spettro di una coabitazione, che renderebbe la vita molto difficile a Hollande. Un’Assemblea a destra e un Eliseo a sinistra sarebbero una paralisi politica per la Francia, perché è evidente che i due partiti difficilmente troverebbero la quadra sugli argomenti più importanti dell’agenda nazionale.

    Ma un altro pericolo non meno serio per il nuovo presidente si chiama alleanza. Essere costretti a dipendere in Parlamento dai voti dell’estrema sinistra potrebbe ipotecare le azioni di governo. Se i verdi hanno già una solida esperienza di collaborazione con i socialisti, avendo anche ottenuto due ministri nell’attuale compagine governativa, la sinistra di Mélénchon, forte del suo 11% ottenuto al primo turno delle presidenziali in aprile, potrebbe creare una situazione di effettiva ingovernabilità all’italiana.

    Sarà un caso, ma la sfidante alle primarie socialiste contro Hollande, la “rossa” Martine Aubry, ha in questi giorni punzecchiato proprio Jean-Luc Mélénchon, il quale si era proposto quale sfidante diretto di Marine Le Pen del Fronte Nazionale, nel tentativo di rubare la scena ai socialisti e di accreditarsi quale interlocutore primario della sinistra francese. Aubry ha definito quella tra Mélénchon e Le Pen una sfida tra perdenti, ricordando come i due abbiano già corso per l’Eliseo e siano stati sconfitti.

    Ma sotto le dichiarazioni inviperite dell’ex ministro del Lavoro del governo Jospin covano le ruggini tra lei e il presidente, reo di non averla nominata premier o ministro di peso nel governo. Hollande avrebbe voluto assegnarle il ministero alla cultura, che la donna avrebbe preso come un insulto.

    Il “centrista” Hollande punta a un governo che guardi all’area moderata, che poi è la stessa che gli ha consentito di vincere le elezioni. La Aubry rappresenta quell’area più di sinistra, che si sente estromessa dalla gestione diretta della vittoria e inseguita e minacciata dai toni e dalla politica muscolare del Fronte della Sinistra. In ogni caso, con la sconfitta della destra della prossima domenica, sarà del tutto archiviata la breve stagione di Nicolas Sarkozy.

     

     

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