Gervinho spacca-Napoli, la Roma ha il suo ‘punto G’

Gli indizi erano già sparsi per i campi di mezza Serie A e nei polpacci di tanti terzini che non ne hanno tenuto il passo da agosto 2013 in avanti, ma da ieri sera la prova-maestra è volata come una gazzella sul terreno di gioco dell’Olimpico: la Roma ha il suo punto G. Nessun malinteso, l’orgasmo c’è, seppur calcistico, e la G fa rima con Gervinho, l’ivoriano che corre come Bolt e nella musicalità del suo nome suona come un campione brasiliano. Ieri sera, con l’ausilio del genio imperituro di Francesco Totti e di una difesa a maglie larghe come quella partenopea, ha sconquassato da solo la difesa del Napoli nel 3-2 che ha chiuso la semifinale di andata di Coppa Italia. Incantevole il pallonetto- viziato da un fuorigioco millimetrico in avvio- con il quale ha scavalcato Reina e si è liberato davanti alla porta al 13’ del primo tempo, imprendibile lo scatto nel breve con il quale ha bruciato gli avversari al 43’ della ripresa, regalando vittoria e match-ball al suo mentore Garcia. Dopo aver punito la Juventus nei Quarti, la candidatura a Re di Coppa è acclarata.

Sono arrivato all’accademia calcistica di Abidjan che ero un ragazzino. Senza scarpe. Per arrivare a farti dare le scarpe da gioco devi superare tre test, uno all’anno. Superato il terzo puoi avere le scarpe e la maglia con il nome sulla schiena. C’era un allenatore brasiliano che invece di Gervais mi chiamava Gervinho“. Così si raccontava all’approdo in Italia, spiegando il suo nome caratteristico delle spiagge di Rio de Janeiro più che delle sabbia africane, dove ha iniziato a correre. Nel tempo libero balla, canta e disegna anche abiti, ipotizzando anche una carriera nel campo della moda quando sarà tempo di appendere le scarpette al chiodo. Intanto disegna emozioni, come ieri sera sotto la Curva Sud, e lancia la sfida a Usain Bolt: “Io sono più veloce di lui palla al piede”. Guascone, sempre sorridente e sfrontato quel che basta: studia da romano “doc” e infiamma i romanisti, che gli perdonano anche qualche errore di troppo davanti al portiere avversario, un limite che sin qui ferma a 8 i suoi centri italiani in gare ufficiali.

Segna poco”, “fa solo confusione”, “è indisciplinato tatticamente”, questi i refrain ascoltati all’approdo del 27enne di Abidjan in giallorosso dall’Arsenal in estate. Forse. Sarà. A momenti. Intanto Gervinho corre, più veloce di tutti, a volte anche del pallone, ma parallelo con le idee di gioco del 4-3-3 romanista. Anni a tinte grigie quelli inglesi, dove era arrivato via Francia, dal Lille di Garcia, che oggi lo sta riscoprendo e ridonando alle platee internazionale. Eppure i numeri nel suo curriculum non erano poi tanto malvagi. Diciamo così: uno che ha segnato 83 gol e ha servito 64 assist in 321 partite non è scarso, soprattutto se di professione fa l’attaccante esterno. Nel Nord Pas-de-Calais, a Lilla, aveva totalizzato 15 reti e 11 assist in 35 partite, in maglia Gunners invece gli chiedevano meno frenesia e maggiore disciplina tattica. Così Gervinho ha perso prima l’equilibrio, poi la serenità e infine la salute. Fisica, non mentale. Gli si è piegata una caviglia, l’inizio della fine. Almeno fino ad agosto. Si scrive Gervinho, si legge insostituibile, si vede, spesso, solo al rallenty.

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