Giallo ad Agrigento, due cadaveri ritrovati in una abitazione chiusa a chiave

Arriva da Agrigento l’ultimo caso di cronaca che sembra configurarsi come uno di quei gialli difficili da risolvere.
Via Gullo a Ribera, in provincia di Agrigento, è una stradina tranquilla, nelle vicinanze del corso principale. Un unico lampione illumina una decina di abitazioni, prive di intonaco, con l’ingresso al pianterreno e una rampa di scale che porta al primo piano. In uno di questi appartamenti, ieri dopo le 19.30, i vigili del fuoco del comando provinciale di Agrigento e i carabinieri della Tenenza di Ribera, hanno ritrovato due cadaveri appartenenti ad un uomo e una donna, conviventi, Vincenzo Maniscalco, 66 anni, di Ribera e Enza Catanzaro, 55 anni.

Lui a letto al primo piano, lei al piano terra riversa sul pavimento, entrambi i cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Ad avvertire le forze dell’ordine alcuni familiari e vicini, insospettiti dal fatto di non essere riusciti a contattarli. Gli ultimi contatti tra un parente e Vincenzo Maniscalco risalirebbero a sette giorni fa, mentre, secondo il medico legale, la donna sarebbe morta da circa due settimane.

Cosa abbia ucciso i due, per il momento è un mistero. Resta da capire, attraverso l’autopsia di lunedì, se la donna sia stata colta da malore e lui vedendola deceduta, l’abbia vegliata, essendo malato ed impossibilitato nel soccorrerla, spegnendosi a sua volta per il dolore. C’è mistero anche sul perché lo stesso anziano non sia riuscito in alcun modo, al malore della donna, ad avvertire il vicinato. Il che fa propendere per un malore improvviso, quasi contemporaneo, che potrebbe però averli fatto agonizzare e morire lentamente. Un vero e proprio dramma dell’indifferenza.

I carabinieri hanno accertato la presenza di enormi cumuli di rifiuti, ma, per il resto, tutto è in ordine, non sono state segnalate fughe di gas o altri motivi che riconducano a una ipotesi di incidente domestico. In piedi restano l’ipotesi dell’omicidio-suicidio e dell’intervento di terzi in quella casa.

Si tratterebbe, in questo caso, di un caso di delitto da camera chiusa. Per gli scrittori di gialli, questo è il mistero più affascinante.

Con parole dense di tragicità, ne Gli assassinii della Rue Morgue, Edgar Allan Poe descrive il momento della scoperta dei corpi in un appartamento ermeticamente serrato: “Arrivati in una grande stanza la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata, agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli“. Il colpevole insospettabile sarà una scimmia dotata di una forza prodigiosa, di sicuro, una conclusione che non rende giustizia all’atmosfera iniziale pregna di effetti sinistri.

Ma poi ci sono veri omicidi, ma che sembrano usciti dalla mente di giallisti famosi. Questo perché sono talmente irreali da essere quasi impossibili da spiegare. Ci sono certi delitti in cui l’assassino sembra essere una figura immateriale, capace di entrare in un appartamento chiuso, uccidere, e scappare senza essere visto. Il tutto in pochissimi istanti, senza far rumore e nonostante ci siano vari potenziali testimoni. Eppure, a volte succede. Più spesso di quel che si pensa.

Un omicidio simile è capitato nell’estate del 1993, a Todi, un centro di 17000 abitanti della provincia di Perugia, conosciuta anche come “la città più vivibile al mondo”. La vittima fu Mara Calisti, una giovane donna di 36 anni, colpita a morte con un oggetto mai ritrovato, mentre era a casa sua, anzi, nella sua stanza da letto, poco prima delle 4 del mattino.

Caso simile quello di Antonella Di Veroli, nubile, consulente del lavoro, il cui cadavere venne trovato nel pomeriggio del 12 aprile 1994 chiuso in un armadio con le ante sigillate da un collante, nella sua abitazione nel quartiere Montesacro, a Roma. Fu uccisa con due colpi di pistola calibro 7,65 sparati a bruciapelo in fronte. L’assassino, prima di aprire il fuoco le aveva premuto un cuscino sulla faccia. Poi il cadavere, che indossava solo un pigiama azzurro, avvolto in lenzuola e coperte, fu chiuso in un armadio della stanza da letto, le cui ante furono bloccate con della colla. La porta dell’appartamento non risultò forzata: o la Di Veroli aveva aperto al suo assassino oppure l’assassino aveva le chiavi. Il caso è tutt’ora irrisolto.

E poi c’è il caso di Amityville, una città nella contea di Suffolk, Stato di New York, dove sembra che sia la casa stessa il killer. Al 112 Ocean Avenue Butch De Feo, il 13 novembre del 1974, di notte, impugna un fucile Marlin calibro 35, entra nelle varie camere e uno ad uno ammazza tutta la sua famiglia, per poi recarsi a lavoro, la mattina seguente, come nulla fosse successo. Quando torna a casa e trova i cadaveri, solo allora ricorda tutto e chiama la polizia, confessando gli omicidi, che voci che sentiva in casa gli avevano ordinato di compiere. Pochi anni dopo la famiglia Lutz si trasferisce in quella stessa casa meravigliosa e che costa poco, perché nessuno la vuole acquistare. Come scrive Jay Anson nel suo libro The Amityville Horror: “George e Kathy Lutz traslocarono al 112 di Ocean Avenue il 18 dicembre del 1979. Ventotto giorni dopo scappavano terrorizzati per non fare la stessa fine della famiglia De Feo“.

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