Il boss delle cerimonie? Ridateci Enzo Miccio

«Ma a Napoli ci si sposa davvero così?». Se lo chiede, tra l’inorridito e il divertito, gran parte degli italiani. O almeno quelli che hanno sentito parlare de Il boss delle cerimonie, il nuovo docu-reality di Real Time che ha per protagonista Antonio Polesi e la sua famiglia, proprietari e gestori del Grand Hotel «La Sonrisa» di Sant’Antonio Abate.

No, a Napoli non ci si sposa così, per fortuna, o meglio non ci si sposa “solo” così. È fin troppo ovvio, anche a chi non conosce a fondo la realtà campana. Lì, in quel “castello” ai piedi del Vesuvio, quel “luogo da favola dove il tempo sembra essersi fermato”, e forse in qualche altra location di cui (non ce ne vogliate cari lettori) ignoriamo l’esistenza, i matrimoni dove l’eccesso il più delle volte sembra far rima con cattivo gusto, sono all’ordine del giorno, anche senza telecamere di Real Time.

Le serenate neomelodiche, i servizi fotografici pre-matrimonio, gli abiti da sposa e le mise degli ospiti improbabili, le ballerine succinte e le drag queen ad allietare gli ospiti, tagli di torte coreografiche “alla William e Kate”. Queste cose esistono eccome. E ci sono persone che si indebitano pur di averle, pur di rendere il giorno più bello della loro vita, un giorno memorabile. E allora perché indignarsi? Non vogliamo essere ipocriti. E’ vero che a Napoli si tende sempre a strafare e c’è chi non bada a spese quando si sposa. E’ anche vero che i matrimoni non sono tutti “alla Enzo Miccio”, chic, sobri e patinati. È far passare per “il tipico matrimonio in stile partenopeo”, quella che è solo la sua versione più kitsch e pacchiana, da fare concorrenza a Il mio grosso grasso matrimonio Gipsy, a far storcere il naso.

C’è chi si stupisce dell’ondata di malcontento diffusasi sul web, chi si erge a intellettuale meravigliandosi di questa inutile presa di distanza da una rappresentazione che poi in fondo tanto distorta non è, perché quel sottobosco cafonal è realtà, e ce ne dobbiamo fare una ragione. Realtà o finzione (televisiva), il punto è un altro. Avevamo bisogno di questa ennesima macchietta da piccolo schermo? Di mettere in piazza e ridicolizzare aspetti “particolari” di una tradizione, che con ogni probabilità non esistono solo in Campania?

Cosa non si fa per gli ascolti. Del gran parlare intorno alla trasmissione, ne beneficeranno in termini di share le prossime puntate. Poco importa se i commenti sono negativi. È la Napoli “tamarra” che fa comodo a Real Time. L’altra Napoli invece si ribella. La Napoli dei “radical chic”, come qualcuno ha definito gli indignados. Se poi essere radical chic vuol dire non riconoscersi nella maniera vuota e superficiale di generalizzare su una tradizione, una cultura e una città. E allora, sì chiamateci pure così. Siamo fieri di esserlo.

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