Il Furore di Steinbeck abbatte il muro della censura fascista

Leggere un libro che ha subito i tagli e i rimaneggiamenti della censura è un’esperienza strana, tanto particolare da sembrare quasi una presa in giro. Che cosa stiamo leggendo? Certamente non quello che l’autore ha voluto lasciarci, non quel principio di pensiero sul quale avrebbe voluto che ci soffermassimo a riflettere per cercare qualcosa oltre i segni neri d’inchiostro.

Per più di settant’anni l’epopea biblica della famiglia Joad, rimasta senza terra e senza casa e perciò costretta ad abbandonare la propria fattoria nell’Oklahoma per compiere un lungo esodo verso la California con l’illusione di costruirsi un futuro, salvo poi scoprire che la California non è il paese che avevano sognato ma un luogo, almeno per loro, di miseria, è stata letta in un’unica edizione italiana fortemente manipolata dalla censura fascista. Per più di settant’anni il romanzo “Furore “di John Steinbeck, simbolo della Grande Depressione americana degli anni ’30, ha atteso di essere tradotto fedelmente senza sforbiciate condizionate dal contesto storico.

Ora è arrivato il momento di rileggere e riscoprire, o forse leggere e scoprire come se fosse la prima volta un capolavoro della letteratura del ‘900, premiato appena uscito nel 1939 con il National Book Award e nel 1940 con il Premio Pulitzer.

Un mito ancora attuale, che aprì all’autore la strada del Premio Nobel per “le sue scritture realistiche ed immaginative” dove unisce “l’umore sensibile e la percezione sociale acuta“, esce oggi in edizione integrale tradotto da Sergio Claudio Perroni, già scrittore e traduttore in italiano di Michel Houellebecq, James Ellroy e David Foster Wallace, che ha lavorato sui diversi registri del testo-in particolare il timbro biblico-retorico (“Sarete ladri se tenterete di restare, sarete assassini se ucciderete per restare” diventa un complesso e un po’ rigido dal punto di vista sintattico “Non capite che, se v’ostinate a restare, contravvenite alla legge sulla proprietà, e che se fate uso delle armi siete dei delinquenti?“)- reintegrandone per la lettura le pagine soppresse o sostituite da incomprensioni linguistico-tematiche e libere interpretazioni fuorvianti.

La traduzione, basata sul testo inglese della Centennial Edition, fa parte di un progetto di riedizione delle Opere di Steinbeck presso l’Editore Bompiani, detentore esclusivo per l’Italia dei diritti dell’opera omnia, avviata a cura dell’anglista e professore di Letteratura Anglo-Americana all’Università Statale di Milano Luigi Sampietro, che ne ha scritto l’Introduzione.

La censura culturale ebbe inizio nel 1940, anno XVIII dell’era fascista, quando l’opera uscì in Italia tradotta da Carlo Coardi e fu coraggiosamente pubblicata da Valentino Bompiani, il quale scelse “Furore” come titolo (l’originale è “The Grapes of Wrath“, letteralmente letteralmente “I grappoli d’ira” o “I grappoli d’odio”). La pubblicazione era il frutto di pesanti rimaneggiamenti da parte del traduttore che tentò di stemperare l’incisività del parlato e di edulcorare i contenuti più esplicitamente dirompenti con alcuni giri di frase tipici delle convenzioni letterarie dell’epoca, che non seguivano rigide teorie di fedeltà e ma ricercavano la prosa d’arte per innalzarne la forma con il “bello stile” italiano.

La traduzione non sistematizzata permise una prima censura, di carattere moralistico, che non ostacolò il dilagare del mito americano nell’immaginario di un’intera generazione schiacciata dal regime. Paradossalmente fu poi lo stesso Mussolini a volere la prima pubblicazione Bompiani in quanto, a suo parere, funzionale alla battaglia contro le demoplutocrazie borghesi e perché, secondo le autorità del regime, serviva a diffondere l’immagine di un’America violenta e barbarica, in linea con la propaganda fascista. Nel luglio 1942 il MinCulPop (Ministero di Cultura Popolare) respinse una nuova ristampa dell’opera, “essendo il contenuto incompatibile con le nostre idee“. Alla censura morale si aggiunse così anche quella politica da parte delle camicie nere.

I tagli”, dice Perroni, “sono dettati da remore cattoliche nei confronti della spiritualità anomala di Steinbeck. Non è un caso che la figura più manipolata sia quella di Jim Casy, le cui iniziali sono le stesse di Jesus Christ. È una splendida figura di profeta malgré soi che esprime un mix tra animismo e panteismo, che poi è lo spirito alla base di tutto il romanzo”.

I riferimenti più spinti vengono curiosamente eliminati solamente se accostati a una figura religiosa. Nella prosa attenta di Coardi sparisce l’esplicita espressione “Pa’ sarà contento di vederti. Diceva sempre che avevi l’uccello troppo lungo per fare il predicatore”, sostituita da una più cauta “Il babbo vi vedrà volentieri”.

Tagli cospicui anche senza fondamento critico apparente come quello subito dalla pagina in cui vengono descritte le terribili conseguenze di una carcerazione, eliminata nel tentativo di “tornare all’ordine, principio informatore di tutto il lavoro di traduzione”, quasi si volesse addolcire “lo spirito di ribellione ai soprusi”, aggiunge Perroni. Ai decisi sconvolgimenti del senso di intere frasi trova un’ipotetica quanto provocatoria soluzione Anna Tagliavini in un saggio sull’argomento: è possibile che Coardi non capisse bene l’inglese se, come è noto, non tutti tra gli americanisti di quella generazione avevano dimestichezza con la lingua. Nell’Italia degli anni ’40 la cultura americana era ancora sconosciuta e l’inglese poco letterario della penna di Steinbeck intraducibile nell’italiano di allora.

Sarebbe così trovata una ratio esplicativa di una riscrittura senza la minima “traccia dell’originale di Steinbeck”, fatta di ribaltamenti, alterazioni e dilatazioni di periodi altrimenti ingiustificabili. Eppure proprio questa edizione così lontana dall’originale ha diviso drasticamente la critica e fatto innamorare, tra i tanti, Elio Vittorini per il “mistero dell’uomo” in essa racchiuso.

Nell’odissea dei Joad attraverso il Texas Pandhanle, il New Mexico e l’Arizona, lungo la Route 66, rivivono le speranze e le disillusioni di un’intera nazione. La lotta contro l’ingiusta forza della crisi si infrange amaramente appena messo piede nella Terra Promessa. John Steinbeck riesce a dipingere una crisi con peculiarità universali. Riesce a parlare dell’uomo e delle sue miserie, delle cadute e delle sue rinascite dopo lo scontro con l’ineluttabile destino.

Il contenuto di denuncia sociale del romanzo, atto a sottolineare il degrado nel quale versavano le campagne colpite dalla crisi, convinse John Ford a trarne immediatamente un film nel 1940 con l’indimenticabile l’interpretazione di Henry Fonda che diventa un Tom Joad immortale nel suo essere perseguitato dal destino. Il protagonista ha ispirato anche diversi adattamenti teatrali, un brano omonimo datato 1940 di Woody Guthrie, e nel 1995 l’album The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen.

Chissà se gli appassionati di Springsteen hanno notato che i versi «Now Tom said “Mom, wherever there’s a cop beatin’a guy//… Look for me mom I’ll be there“» ricalcano esattamente quelli dello scrittore americano nella pagina che contiene l’ultimo dialogo con Ma’ (“Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare, io sarò là. Dove c’è uno sbirro che picchia, io sarò là”), che ha trasformato Tom nell’ eroe dell’antagonismo. Impossibile, anche questi erano stati tagliati.

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