Il mercato del lusso in Cina e l’effetto Xi e signora

Il mercato del lusso non è più controllato dal dragone cinese. I grandi marchi hanno registrato un calo nelle vendite:secondo lo studio di Hurun Report nel 2013 le spese dei cinesi più ricchi sono diminuite del 15%, mentre le compere della popolazione benestante hanno registrato un ribasso del 30-40%.

Il mercato dei goods luxury ha subito un iniziale declino a giugno, «giorni in cui la leadership di Pechino preparava il grande ricambio al vertice con l’elezione del nuovo politburo e del segretario generale del partito comunista» spiega Lelio Gavazza, esperto del settore e membro dell’Osservatorio d’Asia. «In pratica, c’era l’incertezza su quali funzionari fossero destinati a salire e quali a scendere, quindi i cinesi non sapevano chi dovessero ingraziarsi facendo regali costosi».

Con l’elezione di Xi Jin-Ping, come primo segretario generale quindi capo dello stato, si ha avuto un ulteriore calo nelle vendite. La sua campagna anti-corruzione contro le spese “stravaganti” della burocrazia è stato il fattore che ha più inciso sulla flessione; come spiega Lu Ting della Bank of America Merril Lynch «la nuova moderazione dei funzionari di partito e pubblici ha creato un buco nel mercato: 10 milioni di loro hanno carte di credito governative, con le quali, prima in media spendevano 5.800 dollari l’anno, il totale di 58 miliardi di dollari nel lusso». Le vendite di Bulgari, Salvatore Ferragamo, Tiffany ed anche Kweichow Moutai, il brand di Baijiu (acquavite molto nota come dono ai dirigenti del partito comunista) si sono così quasi totalmente paralizzate.

La Cina non sta tentando di rinunciare al mercato di lusso. Se prima era emergente come economia, ora sta risalendo come alta sartoria con il created in China di stilisti locali; la più nota di loro è la signora Peng Liyuan, la moglie del presidente Xi, che sta mostrando le sue creazioni di abiti in tutto il regno del dragone e non solo. Daniel Jeffreys, direttore del Quintessentially Magazine, vademecum del fashion per i milionari, afferma che entro 5 anni queste griffe sfideranno le maison parigine e i laboratori italiani «Presto Pechino metterà fine all’industria del falso: a quel punto milioni di lavoratori e artigiani che replicavano Gucci, Dior, Luis Vuitton produrranno oggetti di qualità pensati qui»

La popolazione cinese non sembra però gradire la linea della presidentessa. Non rinuncia a marchi come Hermer, Luis Vuitton, Apple e Gucci, come dice lo studio Hurun Report, cosi migra o si gode un sano turismo colturale e commerciale. Come fa notare il Wall Street Journal, i mandarini vanni negli stati europei per comprare «la borsetta Joy Boston di Gucci a 565 euro anziché 881 euro (-64%), la Speedy Luis Vuitton a 540 euro invece di 746 euro (-34)» senza rinunciare ad acquistare anche una conoscenza visiva dei monumenti.

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