Ma è calcio o Nba? Polemica per le divise dell’All Star Game

Se c’è una Lega sportiva che fa del marketing il proprio credo, quella è di certo l’Nba. Eventi in tutto il mondo, sponsorizzazioni milionarie e iniziative sempre attente al lato business sono all’ordine del giorno, ma l’ultima trovata in fatto di merchandising rientra di diritto nella galleria degli orrori. Dopo la polemica nata nel periodo natalizio a causa delle divise con le maniche, prodotte dallo sponsor principale (la tedesca Adidas) e poco gradite da giocatori e da gran parte dei tifosi, per l’All Star Game di New Horleans si è pensato bene di adottare di nuovo quel modello come divisa da gioco ufficiale.

Alla già discutibile scelta delle maniche vanno a sommarsi degli accostamenti grafici e cromatici che definire azzardati è un eufemismo. L’intenzione, secondo il direttore marketing della multinazionale sportiva tedesca, era quella di sviluppare un look unico sul campo per i giocatori che rendesse omaggio alla città di New Horleans, la “big easy” d’America, patria della musica Jazz e del Mardi Gras, il carnevale che non ha nulla da invidiare a quello di Rio de Janeiro.

Il risultato di tutto ciò? Eccolo
AS14_uniforms

La sensazione che ho avuto (e come me penso tanti altri) nel momento in cui questa foto mi è comparsa tra i tweet è quella di un incrocio tra una casacca da hockey e una da calcio, senza alcun elemento che si riferisca alla palla a spicchi. La scelta strategica di affidare le scelte stilistiche di una Lega come l’Nba a chi ha sempre associato il proprio nome ad altri sport è stata quantomeno azzardata, e riproporre un prodotto che è stato già osteggiato da diversi dei giocatori più rappresentativi della lega poi è segno di miopia.

Eppure molte delle iniziative prese dal commissario (quasi al termine del mandato) David Stern sono servite nel tempo ad ampliare la brand awareness del campionato di basket americano nel mondo, e grazie al suo operato (e anche all’aiuto di un signore col numero 23 sulla schiena, oltre quello più recente del ragazzone cinese dalle ginocchia d’argilla) in vent’anni si è passati dal quasi fallimento alla diffusione globale del marchio.

Proprio per questi trascorsi, e per il riconosciuto fiuto imprenditoriale dell’avvocato newyorkese, stupisce il fatto che sia stata fatta una scelta così drastica nel look, ma se poi le cifre ci smentiranno e fra qualche mese milioni di appassionati avranno una di quelle casacche nel loro armadio, dovremo prenderne atto e riconoscere ancora una volta agli esperti di marketing dell’Nba tutta la loro competenza. Se però avessero chiesto a Magic, Michael e Larry di indossarle, è probabile che avrebbero preferito giocare a petto nudo…

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