Nfl e il pollice verde

Il mondo NFL, a pochi giorni dall’evento globale del Super Bowl, attira l’attenzione mediatica con una proposta rivoluzionaria che smuove coscienze critiche a apre dibattiti: il commissioner Roger Goodell ha infatti dichiarato che il football americano è pronto a prendere in considerazione l’ammissibilità dell’uso della marijuana per meri scopi terapeutici. Una forma di medicina alternativa per eludere i pericoli insisti nell’abuso di antidolorifici, utilizzati in maniera copiosa nello sport professionistico made in USA per combattere problemi fisici e infortuni dei giocatori, patiti durante i durissimi match.

Affermazioni di sicuro impatto che riaprono il dibattito sulla questione doping, alla luce dei tanti casi riscontrati in questi anni nello sport americano: non si tratterebbe di un permesso senza barriere, ma una licenza autorizzata e sotto controllo medico, finalizzata a trattare casi particolari ed evitare che l’uso di vere e proprie “bombe” possa prendere il sopravvento.

Si tratta di una rivoluzione assoluta nel mondo NFL e nell’intero panorama sportivo: mai figure di spicco si erano esposte in tal senso e la vicinanza con il Super Bowl aumenta di certo l’interesse per il mondo del football americano. La rigida lotta senza quartiere da sempre combattuta dalle leghe statunitensi contro l’uso di sostanze simili, condotta come risposta ai celebri casi di doping, non ultimo quello di Alex Rodriguez nella MLB recentemente bandito dal diamante, trova in questo caso una simbolica tregua.

La NFL ha da sempre rivolto attenzione alle problematiche e alle conseguenze derivanti dai violentissimi scontri di gioco a cui sono sottoposti i titanici giocatori delle varie franchigie. Uno studio condotto aveva posto alla luce le drammatiche situazioni di alcune ex glorie, affette da indicibili problemi cerebrali legati alla durezza dei contrasti, introducendo dei limiti specifici per quella che viene comunemente conosciuta come commozione cerebrale. La “concussion” ha causato negli anni non solo danni sportivi ma, in casi limite, ha comportato situazioni border line, con stelle del passato limitate nelle capacità motorie con alcuni decessi che avevano aperto uno studio approfondito sulla tematica.

Traumi e infortuni sono all’ordine del giorno nella NFL: colossi che si scontrano a velocità elevate, senza contare il fattore cattiveria in alcuni interventi di gioco, uno dei più violenti nel panorama sportivo proprio tenendo conto delle dimensioni dei partecipanti e della tipologia di agone, hanno costretto la lega ad una rivisitazione delle ferree regole. Lo scopo terapeutico mirato, per evitare che si abusi di altri prodotti ben più dannosi, capaci di creare problematiche di più ampio impatto sui giocatori.

Allo stato attuale l’ammissibilità dell’uso della marijuana in tale contesto è ancora al vaglio e oggetto di studio del comitato medico NFL per valutarne appieno convenienza e controindicazioni. La recente apertura all’uso legalizzato delle droghe leggere in Colorado ha dato avvio ad una serie di discussioni sul tema e lo sport americano non si è di certo chiamato fuori. Nelle prossime settimane si scoprirà se una simile innovazione possa realmente essere introdotta.

È facile immaginare come nelle altre leghe pro, una tra tutte la Nba, alcuni giocatori si siano espressi con sommo favor verso questa trovata. Birdman Andersen, Beasley o Smith hanno sempre mostrato interesse al “giardinaggio”, non sempre per fini terapeutici, diciamo mai, pagando a caro prezzo alcune dimostrazioni di “solidarietà” alla causa. Che ci possa essere una fuga verso il mondo NFL? Facili battute a parte, la rivoluzione socioculturale nello sport americano è appena all’inizio del suo lungo cammino.

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