Obesità e pregiudizio, due problemi da non sottovalutare

Stili di vita caotici, stress, nervosismo, mancanza di tempo, fattori ereditari o, ancora, disfunzioni ormonali. Numerosi i fattori all’origine di un problema, come l’obesità, troppo spesso etichettato erroneamente. E quello di etichettare, fermarsi a ciò che si percepisce sensorialmente, senza leggere oltre, senza conoscere, è un problema ancora più grande.

Francesco Ierrera, responsabile regionale della Associazione Italiana disturbi dell’alimentazione e del Peso (AIDAP), condanna attraverso mezzo stampa, questa seconda e imponente malattia che affligge la società: il pregiudizio.

Un atteggiamento che diviene il secondo temibile nemico delle persone che già combattono la loro battaglia contro il sovrappeso. Battaglia che, spesso, non ha nulla a che vedere con la volontà e la forza. Una battaglia che deve essere trattata come il problema medico che è, e che non può essere sottovalutata e derisa.

Le parole del nutrizionista, accendono i riflettori sull’approccio della società a questo tipo di problema, con l’unica intenzione di stimolare la riflessione.

Un gruppo di ricerca della Yale University recentemente ha pubblicato uno studio in cui mostra che chi soffre di sovrappeso è costretto a subire una sorta di discriminazione, frutto di pregiudizi, paragonabile a quella razziale e sessuale. Il problema è talmente concreto che gli anglosassoni hanno persino sentito l’esigenza di inventare un neologismo adatto alla nuova situazione: “pesismo”, una forma di razzismo orientata direttamente al peso della persona.

Insomma, chi di noi, per vituperare qualcuno che allo STOP non ci ha dato la precedenza o che ci ha fregato il posto auto condominiale, doveva limitarsi ad utilizzare espressioni colorite, come “negro”, “finocchio” o “ebreo”, adesso può gioire perchè è autorizzato a inserire anche il termine “obeso”. Se siamo intimi, potremo dirgli “ciccione”. Ormai è ufficiale e riconosciuto ad ogni latitudine, certo, non nel Biafra, lì non capiranno che si tratta di un insulto. Possiamo stare tranquilli che chi verrà riverito con tale attributo si sentirà adeguatamente offeso.

Ma da cosa nasce questa discriminazione nei confronti di chi ha un problema di sovrappeso? La società in cui viviamo enfatizza con ogni mezzo la relazione fra basso peso e successo. Siamo ormai orientati a credere che essere magri sia una condizione necessaria – e spesso sufficiente – per raggiungere i propri obiettivi. Il valore delle persone sembra essere diventato inversamente proporzionale al peso. Più pesi meno vali. Le persone in sovrappeso vengono percepite come persone senza forza di volontà, incapaci di gestire i propri impulsi e di avere il controllo. Chi è sovrappeso viene accusato di essere sciatto e inaffidabile. Addirittura i bambini vedono i pari età con problemi di peso come sporchi e meno intelligenti, di conseguenza giocano meno volentieri con loro, dando inizio a una spirale di comportamenti che, con molta probabilità durerà per tutta la vita, o meglio, per tutta la durata del sovrappeso. Che spesso è per tutta la vita.

Chi discrimina, evidentemente, attribuisce una responsabilità, una colpa, alla persona discriminata. Qualcosa del tipo “se sei sovrappeso è solo perché lo vuoi essere, dunque smetti di piangerti addosso e fai una dieta”. Semplice no? Come avranno fatto a non pensarci prima? Forse è il caso di farci venire il dubbio che non sia così semplice e soprattutto che non si tratti di una scelta, ma di un problema. E sapete qual è l’aspetto più interessante? Se notate bene, osserverete come chi ha una soluzione semplice e immediata al problema sovrappeso è molto spesso una persona che quel problema non lo ha.

Essendo incapace di avere sentimenti di intolleranza – qualunque sia l’aspetto intollerato – mi sono sempre chiesto quali responsabilità o colpe individuassero gli intolleranti e i discriminanti in chi nasce in Nigeria con la pelle scura? Quali sono le colpe degli ebrei? Che colpe hanno gli omosessuali? Mi sono sforzato ma non sono riuscito a trovare alcuna colpa. Prego chiunque sia in grado di trovarne di aiutarmi a capire meglio. Io mi sono persuaso – finchè qualcuno non mi folgorerà sulla via di Damasco – che si tratti, semplicemente, di una normalità diversa dalla nostra normalità. E, sapete com’è, normalmente, le menti poco aperte fanno fatica ad accettare che esista un pezzo di mondo, normale, diverso da quello dove normalmente poggia il proprio sedere.

Se vi sono sembrato intollerante verso gli intolleranti, vi chiedo scusa, non volevo. Importanti e numerose evidenze scientifiche concordano con il non attribuire alla persona in sovrappeso la colpa del proprio sovrappeso. Oggi sappiamo che queste persone sono vittime di un problema causato da due aspetti: la genetica e soprattutto l’ambiente in cui viviamo. Già, proprio l’ambiente. Avete notato come nel terzo mondo ci sia una certa scarsità di persone con sovrappeso? E avete notato come negli Stati Uniti, dove tutto sembra essere costruito per far mangiare di più le persone e farle muovere di meno, ci sia la massima concentrazione di persone con eccesso di peso? So che lo avete notato, come tutti. Certo, potremmo credere che il nostro creatore si sia divertito a selezionare tutti i virtuosi del peso e metterli nel terzo mondo e tutti gli incapaci negli Stati Uniti, un po’ come si faceva da bambini, quando si doveva formare due squadre per giocare nelle strade: “tu di qua, tu di là” (il più scarso andava in porta). Potremmo crederlo, ma forse conviene pensare che chi è sovrappeso, semplicemente non ha scelto di esserlo. Mai.

Ma sapete qual è la cosa peggiore? Che purtroppo, la discriminazione nei confronti di chi è sovrappeso, spesso, troppo spesso, proviene dagli addetti ai lavori, da noi terapeuti. E questo è paradossale, viste alcune ricerche scientifiche, pubblicate recentemente, che dimostrano che l’atteggiamento severo e discriminante nei confronti di chi è sovrappeso non solo non li aiuta a cambiare, ma addirittura causa un peggioramento della condizione di salute del paziente stesso. Alla luce di tutto questo appare difficile giustificare i rimproveri – fino a sfiorare veri e propri insulti, le filippiche paternali, i gesti di insofferenza quando la persona non riesce a seguire i suggerimenti indicati. Sono frequenti conversazioni del tipo: “Ma perchè non ti impegni?” “Ci sto provando”, “Ma ti rendi conto che pesi 130 kg?” “Certo che me ne rendo conto, il peso è addosso a me, non a te”, “Tu proprio non vuoi cambiare!” “Lo vorrei tantissimo ma non ci riesco”, fino ad arrivare allo scontro finale, la madre di tutte le battaglie: “Se non segui la terapia è inutile che prosegua con gli appuntamenti” a cui segue una frase del paziente, del tipo “Ok dottore, lei ha proprio ragione, mi impegnerò di più!” e un pensiero, del tipo “non mi vedrai mai più”.

Mi auguro solo che prima o poi non si arrivi al “calvismo”, a quel punto quelli dotati di pochi peli sulla testa come me sarebbero fritti.

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