Perchè l’accordo Fiat divide sindacati, politici e Confindustria

    Gli accordi raggiunti sullo stabilimento di Pomigliano prima e di Mirafiori dopo hanno avuto l’effetto immediato di porre l’attenzione di tutto il mondo del lavoro e dell’industria sul modello contrattuale e sull’adeguatezza delle relazioni industriali oggi in Italia.

    La prima spaccatura è avvenuta niente meno che in seno alla Confindustria, a causa della decisione di Marchionne di tirare fuori la Fiat, in parte, dall’associazione industriale, per sottrarsi alle regole contrattuali e ai modelli delle relazioni industriali, che vigono nell’associazione. E non potendosi prevedere “strappi” o concessioni ad hoc per il gruppo auto, si è deciso di fondare una newco, che assorbirà tutte le attività, derivanti dall’accordo firmato in Campania e a Torino.

    L’altra violenta ed evidente lacerazione riguarda il mondo sindacale, con la Fiom da un lato e tutti gli altri sindacati dall’altro, a ripetere lo scenario confederale a livello nazionale, dove le posizioni della Cgil (il sindacato di appartenenza della Fiom) sono sempre più isolate da quelle del resto delle altre sigle confederali. In particolare, la Fiom non accetta lo scambio produttività-salario/occupazione, mentre punta a una più ideologica e integralista difesa tout court dei diritti sindacali e dei lavoratori, senza rinunce e senza concessioni.

    Infine, la nuova era Fiat scuote la politica, non solo nella distinzione tradizionale destra-sinistra, peraltro un pò scontata, con governo e maggioranza che plaudono al decisionismo di Marchionne, ma soprattutto all’interno della sinistra. Due le posizioni contrapposte più importanti all’interno del Pd, con i centristi favorevoli all’accordo firmato dai sindacati, mentre le truppe più vicine a Bersani sono tiepide, per evitare di non perdere la base sociale della Cgil e della sinistra più dura.

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