Presidenziali Egitto, ballottaggi tra islamisti e militari

    Era tutto e ampiamente nelle previsioni. Oggi, buona parte della stampa internazionale finge che il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali egiziane sia clamoroso o inatteso, ma si tratta nel migliore dei casi di una bugia, nel peggiore di pura ottusità analitica. Già a fine autunno, il complesso e macchinoso sistema elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento, il primo dalla caduta del vecchio rais Hosni Mubarak, terminato a gennaio, aveva esitato un risultato più che chiarissimo: le formazioni islamiche, tra Fratelli Mussulmani e salafiti, avevano ottenuto i tre quarti dei consensi, mostrando un radicamento in ogni parte del Paese, anche nelle zone del Sud, dove la minoranza cristiana copta rappresenta il 10% della popolazione complessiva. Il Blocco Egiziano, costituito da laici e liberali filo-occidentali, si era dovuto accontentare di uno scandaloso 10% circa, con qualche voto in più nelle zone residenziali bene delle grandi città, come a Il Cairo, a testimonianza che siano rappresentanti più delle élite culturali ed economiche dell’Egitto, ma nulla di più.

    Questa volta, semmai, la speranza era affidata agli stessi Fratelli Mussulmani. In principio, essi non volevano partecipare alla gara, sostenendo di non volere aspirare a una carica, che ricordava troppo il potere dispotico del deposto rais; tanto che la cosa era stata messa ai voti tra i dirigenti del partito e quasi la metà ha votato contro l’ipotesi di schierare un proprio rappresentante a questo turno.

    Invece, il candidato è poi arrivato. Si tratta di Mohammed Morsi, che stando ai dati non ancora definitivi e chiari, pare che sia in testa con una percentuale che andrebbe dal 25 al 30%, mentre il dubbio resta sul margine vantato sul secondo arrivato, il rappresentante delle forze militari, che governano l’Egitto post-Mubarak, tale Ahmed Shafik, ex pilota dell’Aeronautica. Quest’ultimo sarebbe accreditato di un 22-23% dei voti scrutinati, che significherebbe o un testa a testa con l’islamista o un distacco di 7-8 punti percentuali. Di certo c’è che nella capitale la differenza tra i due sarebbe molto bassa, ma non ci sarebbe dubbio che al ballottaggio andranno loro due. Terzo arrivato è il candidato nasseriano, Hambdeen Sabahi, che ha riportato un più che dignitoso 20%. Per il resto, lo scenario continua ad essere imbarazzante per quelle forze, che in teoria avrebbero dovuto essere un punto di riferimento per gli stati occidentali. Evidentemente, sono stati sopravvalutati personaggi, che non vantavano grande presa sulla popolazione in carne e ossa, ma semmai solo sulla grande stampa nazionale e internazionale.

    La realtà evidente è che ieri l’Egitto ha sancito ancora una volta la vittoria delle forze islamiche e ben un quarto della sua popolazione si è espresso in favore del candidato di Mubarak, scelto da questi come premier, poco prima che il suo regime crollasse.

    E così, il 16 giugno, lo scontro sarà tra passato e futuro, tra gli islamici e i nazionalisti laici. Gli elettori saranno messi di fronte a una scelta del tutto netta, di forte contrapposizione, che rischia di alimentare un clima di scontro e toni da guerra civile.

    I laici, ad esempio, coloro che si sono mobilitati a piazza Tahrir contro il vecchio e trentennale regime ora cosa voteranno? I mussulmani, da cui li divide la visione di una società secolarizzata e filo-occidentale, o i militari, che rappresentano il nemico contro cui hanno combattuto e vinto appena 15 mesi fa?

    C’è poi un dato da non sottovalutare. Libertà e Giustizia, la formazione politica dei Fratelli Mussulmani, ha già la maggioranza in Parlamento, dove si è detta disponibile a formare un governo con le forze laiche, al fine di tranquillizzare le cancellerie occidentali. Se dovessero ottenere anche la prima carica dello stato, è evidente che il potere sarebbe assolutamente nelle loro mani. E i toni utilizzati da Morsi in campagna elettorale non sono rassicuranti, visto che il candidato ha proposto l’introduzione della Sharia, la legge penale islamica, oltre che la creazione di una società del tutto assimilata ai precetti del Corano.

    E dire che i Fratelli Mussulmani non sono la formazione più estremista. Al contrario, essi lottano aspramente contro i salafiti, che alle elezioni politiche hanno ottenuto quasi un quarto dei voti, riportando un consenso inatteso e alto. Questi sono filo-talebani e inneggiano ad Al Qaida, rifiutando ogni compromesso con le forze liberali.

    Sulle questioni più minute, entrambi i candidati si sono impegnati ad abbassare il deficit entro il 6% del pil, mentre Morsi ha puntato più sulla lotta alla disoccupazione, promettendo di dimezzare dal 13 al 7% il numero dei senza lavoro. Shafik ha promesso misure a sostegno dei meno abbienti, come la pensione e generi alimentari di base. Un tentativo chiaro di contendere il consenso a Morsi nel suo elettorato di riferimento, ossia gli emarginati delle periferie delle città e gli abitanti rurali, presso cui anche in semi-clandestinità i Fratelli Mussulmani hanno svolto sotto Mubarak un ruolo di supporto sociale ed economico.

    Tra tre settimane sapremo se l’Egitto continuerà a sostenere gli islamisti o se vi sarà un ritorno al recente passato. In ogni caso, si tratta di una sconfitta per le forze laiche anti-Mubarak.

     

     

     

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