‘A proposito di Davis’, tenera favola di un perdente

I fratelli Coen continuano a (ri)esplorare il ventesimo secolo: con A proposito di Davis, Grand Prix speciale della Giuria a Cannes 2013, torniamo nel freddissimo febbraio del 1961, esattamente nel quartiere Greenwich Village di New York. Qui muove i primi passi da artista il cantante folk Llewyn Davis (Oscar Isaac), che ha superato da poco lo shock del suicidio dell’ex partner canoro.
Llewyn è un ragazzo burbero e dal carattere difficile, che sbarca il lunario esibendosi in locali bui e dormendo spostandosi da un sofà all’altro dei suoi amici o conoscenti che lo ospitano.
Le peripezie di Davis iniziano quando intraprende un viaggio on the road che gli farà incrociare i destini di altri artisti (come il poeta beat Johnny Five e il jazzista Roland Turner), fino a quando non decide di ritornare alla marina mercantile, a cui si era unito già tempo prima.

Inside Llewyn Davis è il ritratto tenero, introspettivo e a tratti brillante di un perdente.
Ispirato alla figura dell’artista folk anni ‘60 Dave Van Ronk (un suo album si chiamava proprio Inside Dave Van Ronk), A proposito di Davis mette in mostra, con occhio partecipe e al tempo stesso disincantato, la serie di fallimenti in cui incappa il protagonista.
Nello sviluppo della vicenda, i Coen sanno giocarsi bene le loro carte: pur non rinunciando ad alcune specialità della casa (sceneggiatura elaborata, personaggi sopra le righe e sottile morale nichilista di fondo) Joel ed Ethan abbandonano il copione criptico e barocco delle loro ultime opere (A serious Man su tutte), puntando su dialoghi essenziali ed efficaci, che si sviluppano scanditi a ritmo di musica folk. Musica che, in quanto elemento centrale, pervade l’opera: in maniera esplicita, col repertorio folk sciorinato a destra e a manca, ed implicita, in qualità di forma d’arte per cui (e grazie a cui) il protagonista vive.

Basato su una struttura circolare – tipica dei Coen – e valorizzato dalla bellissima fotografia (candidata all’Oscar) curata dal francese Bruno Delbonnel, A proposito di Davis è un racconto delicato e a tratti malinconico, che mostra al mondo quelle qualità che i fratelli di Minneapolis negli ultimi tempi sembravano aver smarrito: l’equilibrio e la leggerezza. Perché per quanto possa avanzare lentamente, con un elegante passo felpato, la ballata di Llewyn Davis scivola con dolcezza addosso allo spettatore, proponendo di tanto in tanto qualche piccolo colpo di genio. Senza scariche elettriche però, senza forzare il ritmo. Perché in fondo Inside Llewyn Davis altro non è se non il racconto comune di una settimana comune di un uomo comune.

Buona parte della felice riuscita del film è da riconoscere al cast. Perfetto per quanto concerne la scelta del protagonista, impersonato in maniera efficace e misurata dal bravo Oscar Isaac, in grado di valorizzare il suo personaggio applicandogli una patina che ricorda più l’incompreso (e cresciuto) Remi di Hector Malot che l’inetto di Svevo. Nonostante l’apparente misantropia di Davis, lo spettatore finisce sin da subito dalla sua parte, impegnato nella chimerica ricerca di una propria dimensione.

Convincente anche il parco dei comprimari, valorizzato da un irresistibile Goodman, un credibile Timberlake e dal grande F. Murray Abraham, da riammirare finalmente in un ruolo degno del suo nome. Nota stonata invece la Mulligan: poco espressiva in generale e ancora non abbastanza brava per recitare solo con gli occhi.

Nonostante il soprabito di disillusione che indossa, è possibile scorgere nella parabola di Llewyn Davis la volontà di eludere i clichè del mero romanzo di formazione, abbracciando invece le ambizioni da favola nostalgica, con l’intento di riportare alla memoria un tempo e un luogo ben definiti.

A proposito di Davis è una creatura dal corpo freddo e dal cuore caldo, che coinvolge ed emoziona.

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