Sorteggiocrazia, la democrazia del futuro

Votare non serve a nulla? Meglio passare alla sorteggiocrazia. È la proposta di Alexander Guerrero, docente di filosofia ed etica medica all’università della Pennsylvania. I sistemi elettorali, per quanto diversi, hanno dimostrato di non funzionare, dal momento che la vittoria di un candidato piuttosto che un altro è sempre pesantemente influenzata dal sostegno economico ricevuto. Allora perché non riscrivere le regole della rappresentatività?

La prima forma di democrazia della storia è stata quella esercitata direttamente dai cittadini. In questo ordinamento non è prevista nessuna delega di potere e ciascuno può esprimere il proprio voto su tutto. È il popolo, quindi, a decidere se entrare in guerra o restarne fuori, quali beni tassare e quali no, e così via. Il problema è che la politica attuale ha raggiunto altissimi livelli di complessità e nessuno di noi, oggi, è in possesso di tutti gli elementi che sarebbero necessari per prendere le giuste decisioni in ogni ambito. Le difficoltà di attuazione della democrazia diretta ci hanno portato dunque alla democrazia rappresentativa, i cui votiamo per scegliere, almeno in teoria, la persona più adatta a farsi portavoce dei nostri bisogni e interessi.

I difetti di questo sistema, senza dubbio, sono parecchi. La rappresentatività ha favorito la nascita di una casta di persone che conducono un’esistenza privilegiata, lontana anni luce dalla reali condizioni di vita della gente comune. I nostri politici non sono tenuti davvero a rispondere del loro operato a chi li ha eletti, o almeno non quanto dovrebbero: di quello che fanno, verosimilmente, conosciamo poco, e questo è dovuto alla nostra ignoranza. Non siamo informati sui problemi, non sappiamo se le leggi che sono state approvate saranno davvero in grado di risolverli. A questo aggiungiamo la mancanza di responsabilità di buona parte della nostra classe dirigente e le pressioni esercitate dalle lobby, e il quadro è completo.

Guerrero propone allora di ripensare i fondamenti della democrazia, abbandonando le elezioni ed estraendo i deputati a sorte. Il sorteggio non è una novità assoluta nella storia umana. Nell’antica Atene era utilizzato per assegnare tre delle maggiori cariche istituzionali. Nel tardo medioevo e nel primo Rinascimento italiano i funzionari venivano scelti anche in questo modo. Di recente nei Paesi Bassi e in Canada sono state assemblee di cittadini estratti a sorte e coordinati da esperti a elaborare la riforma elettorale. In Islanda, quattro anni fa, è accaduto grossomodo lo stesso. Ma come funzionerebbe, concretamente, una sorteggiocrazia?

Il sistema prevederebbe contemporaneamente non una, ma tante legislature indipendenti, ognuna legata a un settore specifico: agricoltura, industria, turismo, istruzione, sanità ecc. Tutte le legislature sarebbero formate da trecento persone estratte a sorte tra i cittadini di una particolare circoscrizione. I mandati avrebbero durata triennale e sarebbero scaglionati, così da avere ogni anno cento persone che escono e cento persone che subentrano. Nessuno verrebbe costretto ad accettare l’incarico, ma il compenso economico dovrebbe essere consistente. Sarebbe importante anche creare una nuova cultura della cittadinanza nella quale la partecipazione alle legislature sia motivo di onore, oltre che un dovere civico.

I principali vantaggi della sorteggiocrazia sono tre. In primo luogo essa eliminerebbe la corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti in Italia costa 60 miliardi all’anno, la metà dell’intera Europa. Essendo la casualità il criterio di designazione, le lobby perderebbero infatti il loro potere di influenza sulla scelta dei rappresentanti. Il sorteggio garantirebbe l’eterogeneità delle assemblee: a far parte delle legislature sarebbero persone di diversa estrazione sociale, cultura e condizione economica, e ciò consentirebbe di avere un’ampia panoramica delle esigenze del Paese. Infine, venendo meno la competizione elettorale, si smetterebbe di pensare solo ai problemi del presente per raccogliere consensi, e ci si impegnerebbe a trovare soluzioni anche per quelli che si manifesteranno tra qualche decennio. Il cambiamento climatico, tanto per fare un esempio.

Ci sono, però, anche degli aspetti negativi. I cittadini selezionati potrebbero rivelarsi incompetenti, incapaci di esaminare le questioni sul tappeto e di aprire un confronto proficuo a riguardo. In sostanza, del tutto inadeguati a ricoprire l’incarico. Inoltre gli esperti di settore chiamati a fornire informazioni utili alla discussione dei provvedimenti, loro sì potrebbero essere facilmente corrotti dai potentati industriali. E, in questo caso, tanto varrebbe mantenere il modello rappresentativo. Il rapporto dell’attività legislativa basata sul sorteggio con le altre parti del governo costituisce poi un altro grande punto interrogativo.

In una situazione in cui l’attuale regime politico ha ripetutamente dimostrato di non essere in grado di rispondere ai bisogni collettivi, è lecito metterne in discussione le regole e chiedersi se esista la possibilità di partorire un sistema migliore. Passare finalmente la palla ai cittadini e far sì che siano loro, a turno, a prendersi cura del proprio Paese non è, per Guerrero, un’utopia, ma la strada da percorrere se si vogliono veramente provare a cambiare le cose. Perché muoversi è sempre meglio che rimanere fermi.

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