È scontro aperto, fortunatamente, almeno per ora, solo diplomatico, tra Usa e Russia. La questione ucraina ha riportato alla luce la vecchia rivalità tra le due superpotenze, impegnate in una guerra di nervi a colpi di condanne, minacce e accuse reciproche. Ma se da una parte gli Stati Uniti sono sostenuti da tutti o quasi i Paesi occidentali, lo stesso non si può dire della Federazione russa, che appare sempre più sola. Ma non per questo meno pericolosa.

Da Kiev ieri ha parlato il segretario di Stato americano, John Kerry. «I nostri partner non avranno altra scelta che unirsi a noi nell’incrementare le misure prese nei giorni scorsi per isolare la Russia politicamente, diplomaticamente ed economicamente» ha detto, specificando che Obama non ha alcuna intenzione di arrivare allo scontro armato. Ma, ha aggiunto Kerry, «la Russia ha lavorato sodo per creare un pretesto per invadere altre parti» e dunque dovrà fare i conti con le misure punitive della comunità internazionale. Washington a questo proposito si è già mossa e ha annunciato il blocco dei rapporti militari e delle trattative bilaterali su scambi commerciali e investimenti. Nel contempo sarebbe pronto un piano di prestiti per un miliardo di dollari e aiuti economici per supportare l’Ucraina nella lotta alla corruzione.

La replica di Putin non è tardata ad arrivare. Il presidente russo ha etichettato la rivoluzione ucraina come un atto criminale e ha ribadito che l’unico presidente legittimo è Yanukovich, definito però come «un leader finito, che abbiamo aiutato solo perché altrimenti lo avrebbero ucciso». Non è previsto al momento l’invio di truppe, ma il ricorso alla forza non viene escluso. Per dirlo, Putin ha indossato i panni del paladino della democrazia: «In Ucraina non si può votare adesso, in questo clima di terrore. Bisogna applicare la volontà del popolo nei limiti della legge. L’Ucraina dovrebbe convocare un referendum sulla nuova costituzione così tutte le opinioni dei cittadini sarebbero rispettate».

Nel frattempo, però, Mosca ha fatto un parziale passo indietro e ha ordinato il rientro alla base di tutti i soldati impegnati nelle esercitazioni militari cominciate a sorpresa il 26 febbraio scorso. Una scelta alla quale potrebbero aver contribuito le catastrofiche previsioni del consigliere presidenziale per l’economia Sergei Glazyev, che nei giorni scorsi aveva messo in guardia il Cremlino sui rischi determinati dalle eventuali sanzioni economiche inflitte dalla comunità internazionale. Secondo Glazyeva la Russia sarà costretta ad abbandonare il dollaro, e quindi a vendere le proprie miliardarie riserve in valuta estera, riconoscendo l’impossibilità di rimborso dei prestiti bancari alle banche Usa.

Al centro della questione, stretta in una morsa che potrebbe diventare mortale, c’è un popolo, quello ucraino, che sta vivendo una delle fasi più drammatiche della sua storia. E proprio all’Occidente Iulia Timoshenko ha lanciato un appello: «Chiedo di intervenire in maniera decisa dal punto di vista diplomatico per aiutare l’Ucraina che altrimenti davanti alla Russia è troppo debole» ha affermato. Poi ha aggiunto: «Dobbiamo ricordare che c’è un trattato del 1994, siglato a Budapest con Russia, Regno Unito e Stati Uniti: abbiamo ceduto volontariamente l’arsenale nucleare presente sul nostro territorio e in cambio i russi si erano impegnati a rispettare i nostri confini. Questo trattato è stato violato. Sono sicura che Stati Uniti, Regno Unito e anche l’Unione Europea faranno rispettare l’accordo di Budapest, ci aiuteranno a garantire il rispetto del diritto internazionale».