Violenta e uccide nipote nascondendosi dietro un burqa: condannato a morte

Azan Majid Janjua

La Corte d’Appello di Abu Dhabi si è pronunciata: Mohsen Bilal, l’uomo pakistano che era stato accusato di aver violentato e ucciso il nipotino di 11 anni, è stato condannato a morte. Il corpo del ragazzino è stato rinvenuto sul tetto di un edificio nel maggio dello scorso anno, con tanto di Corano tra le mani. Il piccolo Azan Majid Janjua è morto così, di una morte violenta e ingiusta.

Dapprima è stato rapito dalla moschea di Abu Dhabi nel bel mezzo del Ramadan, e dopo è stato abusato e ucciso in malo modo.

Un altro elemento agghiacciante è che lo zio del ragazzino, per portare a compimento il suo diabolico piano senza farsi scoprire, aveva pensato bene di travestirsi da donna e di infilarsi un burqa, ossia il tradizionale velo che indossano le donne islamiche e che di fatto copre volto e corpo. Dopotutto l’uomo era cosciente del fatto che il nipote mai si sarebbe allontanato con un uomo, mentre di una donna si sarebbe fidato molto di più. E infatti così è stato.

Molto probabilmente la violenza è stata consumata sul tetto dell’edificio in cui è poi stato trovato il corpo di Azan. L’11enne è stato trovato da un team di tecnici, giunti sul posto per una riparazione, seminudo, con una corda al collo e un Corano sul corpo.

Le indagini che sono state avviate subito dopo il ritrovamento hanno permesso di appurare che a rapirlo, violentarlo e ucciderlo sia stato Moshen Bilal, lo zio pakistano di 34 anni. L’uomo ha infatti confessato il delitto ed è stato condannato alla pena capitale da una sentenza che, per giunta, lo ha definito “una bestia selvaggia”.

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